La «Selvicoltura sistemica»: elisir di lunga vita pei boschi nostrani.

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La gestione basata sull’approccio ecosistemico, che caratterizza la silvosistemica, supera la visione riduttiva che vede il bosco come un insieme di alberi di interesse economico. Il bosco è molto di più: è un sistema biologico complesso che reagisce a ogni evento naturale o a ogni azione umana determinando una nuova realtà, sintesi di interazioni e interconnessioni.1
 Secondo la visione sistemica, basata sul paradigma olistico, il «bosco» è un sistema «forestale autopoietico in grado di auto-organizzarsi». «In campo forestale, l’affermazione della visione sistemica basata sul paradigma olistico o sistemico rende possibile la definizione del sistema forestale autopoietico, cioè un sistema in grado di autorganizzarsi e di coniugare l’efficienza funzionale a un’alta valenza economica, oltre che ecologica e culturale, in contrapposizione al sistema forestale classico».2
Probabilmente molti forestali (analogamente al sottoscritto) saranno rimasti un po’ perplessi per questo inusuale riferimento alla «autopoiesi» e al «paradigma olistico o sistemico» parlando di foreste e selvicoltura e si saranno chiesti da dove traggano origine queste inconsuete espressioni applicate ai concreti, naturalistici boschi e realtà forestali in cui essi operano.
Maturana_Autopoiesi

Humberto Romesín Maturana.

Il concetto di «autopoiesi» è stato avanzato una quarantina d’anni fa da due biologi cileni – H. Maturana e F. Varela – come espressione identificativa degli organismi viventi, in quanto dotati della capacità di auto-riprodursi, cioè di sistemi in grado di rigenerarsi attraverso i propri elementi.3
Questo concetto applicato in biologia si è esteso ad altri campi del sapere (teoria della conoscenza, sociologia, teorie comportamentali, cognitive, ecc.) suscitando notevole interesse soprattutto tra gli studiosi di scienze comportamentali (Behavioural Sciences).
Negli anni settanta del secolo scorso, il dibattito e il confronto sulla cultura della complessità sono stati particolarmente accesi e, in quel contesto, sono apparsi vari studi sull’applicabilità della teoria autopoietica di Maturana e Varela agli ecosistemi e alla protezione dell’ambiente legati alle teorie della «complessità» e dell’autodeterminazione sviluppate da Gregory Bateson4, Ilya Prigogine, Edgar Morin, Fritjof Capra e altri.
Un esempio di questa commistione tra «fatti» scientificamente provati e visioni filosofiche o spiritualistiche dell’ecologia si può ricavare dall’intervista di questo autore, dove è evidente che si ipotizza un’organicità delle comunità viventi con l’ambiente, una sorta di concezione olistica del pianeta (Gaia) in cui l’individualità scompare e il “vivente” diventa elemento di una rete di interrelazioni ed interazioni che sono la “vita” stessa delle comunità sia umane che ecologiche.5

Un’organizzazione autopoietica è un’entità che si mantiene autonomamente, caratterizzata da processi che generano componenti, le quali, attraverso la loro interazione, danno origine in maniera ricorsiva allo stesso network di processi che li hanno prodotti. Un sistema autopoietico è un sistema chiuso dal punto di vista operativo e uno stato strutturale definito senza inputs e outputs apparenti. Il sistema autopoietico possiede componenti le quali hanno fra di loro delle relazioni che consentono di riprodurre sia le componenti del sistema sia le relazioni che le tengono insieme.6
«Quando parliamo degli esseri viventi, supponiamo che ci sia qualcosa in comune tra essi, altrimenti non li metteremmo nella stessa classe che designiamo con la denominazione di “viventi” …La nostra proposta è che gli esseri viventi si caratterizzano perché si producono continuamente da soli, il che indichiamo denominando l’organizzazione che li definisce “autopoietica”».7
Secondo Maturana e Varela «La caratteristica più peculiare di un sistema autopoietico è che si mantiene con i suoi stessi mezzi e si costituisce come distinto dall’ambiente circostante mediante la sua stessa dinamica, in modo tale che le due cose sono inscindibili».8  Si tratta quindi della «capacità specifica di un sistema vivente, il quale è in grado di mantenere la sua identità attraverso un’attiva compensazione delle deformazioni».9

Da un punto di vista empirico-scientifico  unicamente la singola cellula potrebbe (probabilmente) definirsi «autopoietica», mentre il sistema immunitario e il sistema nervoso pur essendo autoreferenziali, non potrebbero essere definiti come sistemi «autopoietici». Anche gli organismi pluricellulari con difficoltà possono catalogarsi come «sistemi autopoietici» di II ordine dal momento che ciò presupporrebbe una conservazione dei caratteri autopoietici delle cellule di I ordine anche in presenza di interrelazioni con altre cellule.
A maggior ragione è difficile concepire che delle comunità vegetali possano considerarsi dei «sistemi autopoietici» di III ordine dal momento che sono sistemi aperti dal punto di vista energetico e termodinamico e le loro parti possono organizzarsi o riorganizzarsi in base sia al materiale insito che all’apporto di altri elementi derivanti dall’ambiente esterno. Manca oltretutto un organo centrale regolatore delle singole parti o componenti del sistema e l’affermazione che «un sistema autopoietico non ha né inputs né outputs»10  non è certamente applicabile a qualsiasi consorzio naturale, il quale per definizione è un sistema aperto soggetto alle modificazioni ambientali. Nella visione autopoietica la rete è uno schema comune a tutta la vita e pertanto gli ecosistemi sono intesi come reti di organismi, i quali a loro volta sono reti di cellule, e le cellule sono reti di molecole. Maturana & Varela applicano la loro teoria della «autopoiesi» alle cellule o agli organismi viventi,  non a «ecosistemi» o a «popolamenti forestali», mentre il professor Ciancio identifica il «bosco» come un tutt’uno organico», un «sistema olistico» in grado di auto-perpetuarsi.11

La caratteristica fondamentale che contraddistingue un sistema «auto-poietico» da un «sistema allo-poietico»12  è che quest’ultimo sistema non si riproduce da solo, autonomamente, dal momento che i prodotti che ne derivano non sono gli stessi prodotti originari e, contrariamente ai «sistemi autopoietici», non sono autonomi.
In biologia la riproduzione è allo-poietica perché i discendenti sono diversi dall’organismo riproduttivo parentale ed occupano spazi diversi. Il processo riproduttivo non è una auto-creazione, non è una produzione di sé stesso, perché i discendenti sono materialmente distinti dagli organismi parentali ed occupano spazi, ambienti e momenti temporali diversi.13
In un «sistema allopoietico» i processi produttivi e riproduttivi dipendono da fattori diversi non necessariamente legati alla struttura originaria del sistema, il quale non riproduce costantemente gli stessi meccanismi interattivi preesistenti. Questo vale, a maggior ragione, per aggregati di soggetti che formano una «comunità bio-ecologica». In questo caso ci sono «organismi autotrofi ed eterotrofi», che acquisiscono energia dall’ambiente e la trasformano per le proprie necessità, dando luogo a cicli nutrizionali per consumatori e decompositori legati ad un particolare ambiente abiotico.
È assai improbabile che gli scambi nutrizionali ed energetici conseguenti a modificazioni ambientali permangano inalterati o seguano lo stesso corso esistente in precedenza. È arduo ipotizzare che si ricostituisca lo stesso pattern evolutivo della biocenosi esistente in precedenza e che permanga la medesima regolarità negli eventi che avvengono durante processi di sviluppo degli organismi, o anche che ci sia una regolarità complessiva nel comportamento dei consumatori o dei decompositori nella catena alimentare.

I sistemi autopoietici del I° ordine sono sistemi semplici assimilabili alle cellule o agli organismi unicellulari, che non possono essere separati in componenti organizzate a loro volta in maniera autopoietica. Quando gli «elementi autopoietici» costituenti un sistema «autopoietico» esercitano un ruolo «allopoietico» nei confronti di quel sistema,  subordinando i loro processi al mantenimento dell’organizzazione del sistema «autopoietico» di cui sono parte, anziché al proprio mantenimento, si è in presenza di un «sistema autopoietico di secondo ordine».
I sistemi autopoietici del II° ordine sono costituiti da aggregazioni organizzate di sistemi autopoietici di primo ordine nei quali si possono realizzare dei processi di divisione.
Questa impostazione gerarchica fa supporre l’esistenza di sistemi autopoietici di terzo ordine, biologici, come le colonie di organismi (termitai, formicai, barriere coralline, ecc.), oppure sociali (famiglie, tribù, clan, ecc.). Ma su questo tema di aggregazioni progressive, gerarchicamente organizzate come sistemi autopoietici, Maturana e Varela non si pronunciano con chiarezza, mentre i movimenti ecologisti arrivano a sostenere l’esistenza di un sistema olistico planetario, di un pianeta «organismo» vivente,
noto come “Gaia” (dell’omonima divinità femminile greca).14

Madre_Terra

Gaia, madre terra

Questa concezione mistica ed animistica della natura – intesa come un «tutto» – di cui l’umanità è parte – che agisce, si sviluppa e decade secondo modi e fini dettati da una vitalistica capacità spontanea di riorganizzare i processi biologici può essere discussa sul piano metafisico, ma non ha alcun valore su quello scientifico.
Alcuni scienziati hanno delle remore a
far riferimento ad un «Creatore» che regga l’evoluzione e la vita del pianeta e preferiscono tirare in ballo un «Principio Vitale», che permea tutta la materia vivente, oppure paragonare gli ecosistemi a soggetti biologici dotati di capacità cognitive. Fino ad affermare che il «sacro è nella materia e nell’energia» e questa «sacralità» della materia e il senso del sacro che ne deriva permettono di amare più profondamente la natura proprio mentre ne conosci i limiti e di sognarla».15
Si fa qui ricorso a teorie vitalistiche, alla presenza di una misteriosa forza vitale o impulso inconsapevole che regola l’evoluzione e lo sviluppo dei viventi. Il riferimento allo élan vital di Begson pare evidente, ma «dire che la vita si evolve a causa di un élan vital è lo stesso che dire che una locomotiva cammina ad opera di un élan locomotif» e, in pratica, non si spiega quali siano i meccanismi e le dinamiche evolutive.16
Come osserva Boncinelli «… si parla di «Autopoiesi», di «Auto-organizzazione» e di altri fantomatici principi fisico-chimici-informatici generali che non potevano che portare alla vita e farla evolvere. Se questi principi esistono veramente, non potremmo che rallegrarcene tutti, ma occorre provare che esistono e descrivere in dettaglio attraverso quali meccanismi e azioni concertate possono lavorare, e spiegare la nascita e l’evoluzione della vita meglio di quanto sappiamo fare oggi».17
Purtroppo, questa concezione assai prossima al «creazionismo», sostituisce la famosa asserzione dell’argomento teleologico di William Paley (1743-1805), secondo il quale l’esistenza di un prodotto perfetto e funzionante (l’orologio) implica un progettista che lo ha creato e fatto funzionare, con un altrettanto vago concetto di provvidenziale razionalità di «Madre Natura» che
, governando il pianeta, persegue lo scopo di fornire all’umanità un ambiente consono in cui vivere.18

Nel 1992, Maturana e Mpodozis pubblicarono una nota sull’evoluzione basata anziché sulla «selezione naturale» di Darwin sulla «deriva naturale» (Natural Drift).19 Quest’ultima avrebbe un’analogia con le gocce d’acqua che seguono un percorso casuale o con uno scultore vagabondo che erra senza una precisa meta raccogliendo qua e là materiali diversi con cui costruire le sue opere. Questi autori presuppongono che “l’evoluzione sia un fenomeno di deriva strutturale … senza un progresso o un’ottimizzazione nella fruizione dell’ambiente, ma rappresenti solamente la conservazione di adattamenti e autopoiesi, in un processo in cui l’organismo e l’ambiente rimangono in un duraturo stato di accoppiamento strutturale.20   In altri termini, il concetto di «Drift» si può definire come “Il processo per il quale un organismo o un sistema autopoietico segue un percorso di cambiamenti strutturali, i quali traggono origine dalla propria dinamica di interazioni, conservando tuttavia la propria organizzazione, mediante una relazione operativa coerente con l’ambiente.21
La selezione naturale non sarebbe quindi la causa dell’evoluzione, come è ormai scientificamente dimostrato, ma spiegherebbe semplicemente le conseguenze di questa. Il cambiamento evolutivo è «il risultato di un processo filogenetico di sopravvivenza differenziale, nel dominio della conservazione, sia dell’organizzazione (autopoiesi) sia dell’adattamento», dove la riproduzione è «un processo che genera sia la continuità che il cambiamento»; il meccanismo è un cambiamento coerente e spontaneo degli organismi e delle situazioni in cui vivono.
22

Se ci si attiene alla tesi di Maturana e Varela sui «sistemi autopietici» e si vuol far credere che il «bosco» abbia queste caratteristiche, dovremmo accettare che questa fitocenosi sia governata da processi di auto-organizzazione o da una naturale tendenza verso una complessità biologica crescente . Tesi del tutto inaccettabile sul piano scientifico, perché fondata sul presupposto che le componenti di una biocenosi e la biocenosi stessa siano governate da un principio vitalistico, il quale favorisce la convergenza delle azioni e dei processi biologici delle molteplici componenti per realizzare un complesso dotato di caratteristiche eco-biologiche ottimali. Tutto questo però contrasta con le conoscenze acquisite sui meccanismi che regolano l’evoluzione, lo sviluppo,  le modalità riproduttive e i processi di resilienza delle molteplici diversificate componenti delle biocenosi forestali.
Questa tesi della «deriva naturale» si contrappone alla «selezione naturale» dovuta all’alternanza tra ricombinazione genetica e successo riproduttivo e non tiene conto che se il «… kit degli attrezzi genetico è lo stesso, fortemente conservato in  tutti gli animali … cambiano le modalità di espressione genica e le funzioni di volta in volta associate alle differenti strutture».23 Non si tratta di un drift indirizzato ad una crescente indefinita complessità, non c’è alcuna necessità o una freccia del tempo diretta ad un fine; ma d’altra parte «l’assenza di una direzione e di una necessità intrinseca non consegna l’evoluzione al “cieco caso” e alla fredda democraticità del puro calcolo delle probabilità – come se lo scenario attuale dell’evoluzione fosse il risultato di una sequenza di lanci di dadi – bensì ad un’interrelazione fra elementi casuali e storici, funzionali e strutturali, che produce una molteplicità di storie possibili».24

L’esistenza di un tutto auto-organizzato, privo della necessità di qualcosa di esterno per reggersi presuppone che gli ecosistemi, in quanto «olistici» abbiano insito un piano di sviluppo finalistico, e che la rete degli organismi concorra alla sua realizzazione in vista di uno scopo adattativo con un ambiente perennemente mutevole.  Si tratta di una visione «teleologica» che contrasta nettamente con il pensiero e le acquisizioni scientifiche della biologia e dalle scienze in genere (quelle «dure», basate sui «fatti».25
Vale la pena di sottolineare, a questo proposito, la schematicità della cosiddetta «selvicoltura sistemica», la quale basa il suo modo di operare su definizioni del tutto astratte di «bosco» (sistema autopietico) e su inconsistenti, considerazioni pseudo-scientifiche. Basti, a questo proposito, esaminare la tabella sottostante in cui si riportano le caratteristiche del «Vecchio e nuovo paradigma scientifico».26
Vecchio_Nuovo_Paradigma

Vecchio e nuovo paradigma scientifico (Ciancio & Nocentini, 1996)

Gli autori pensano di creare un nuovo «paradigma»27  della selvicoltura mediante affermazioni personali, non documentate scientificamente e un’approssimativa terminologia pseudo-scientifica. Infatti, come si nota  nella tabella riportata, il nuovo «paradigma olistico o sistemico» si fonda su queste tesi (peraltro scientificamente non provate):
a) la realtà non si basa su fatti scientificamente e logicamente accertati e su osservazioni oggettive quantificate, ma su valutazioni inter-soggettive, dipendenti dall’osservatore e da fattori contingenti;
b) il metodo scientifico in uso per le scienze esatte28, basato sull’accertamento dei fatti è sostituito da interpretazioni, valutazioni soggettive, approssimazioni successive ed ipotetiche generalizzazioni dell’ambito applicativo;
c) la realtà è colta dall’intuizione soggettiva in quanto l’analisi del comportamento e delle proprietà delle singole componenti è considerata superflua o addirittura fuorviante per l’accertamento della realtà.
La conclusione del professor Ciancio è che: «La scienza non potrà mai offrire una comprensione completa e definitiva della realtà».

La «scienza» non ha mai preteso di essere assoluta, in quanto ogni «asserto in linea di principio può essere revocato da successivi esperimenti che riescano a smentirlo (falsificarlo, nel linguaggio tecnico), e la rivedibilità («fallibilismo») resta irrinunciabile e anzi è strutturale nella ricerca scientifica, ma di fatto non avviene mai per leggi davvero consolidate nella comunità dei ricercatori, bensì solo per ipotesi ancora controverse, benché già molto influenti. Checché abbia propinato e propagato in contrario la leggenda di Kuhn».29

Voltaire: Dubbio e certezza

Voltaire: Dubbio e certezza

Cartesio, tanto vituperato dai «silvo-sistemici», ha fondato la sua visione della realtà sul «dubbio». Ogni nuova ricerca trae origine dal dubbio e «ogni pagina nuova che si affronta ci obbliga a rileggere le pagine precedenti, a reinterpretarne il senso, a modificarne il significato. In altre parole: la realtà in cui viviamo e di cui facciamo parte non si lascia conoscere per accumulazione di certezze, e la scienza non viene costruita come le case: le leggi scientifiche non sono mattoni con cui edificare l’edificio del sapere. La scienza è, invece, un processo storico: ogni nuovo fatto getta una luce diversa su quelli che lo hanno preceduto e dei quali credevamo di avere dato una spiegazione definitiva».30
L’affermazione del professor Ciancio che «la scienza non potrà mai offrire una comprensione completa della realtà» è piuttosto strana, perché l’incertezza ed il dubbio sono il motore dei saperi scientifici e la scienza non cerca una verità o certezza assoluta da qualsiasi pratica cognitiva umana, perché la «certezza assoluta che si pretende è immaginaria, alla lettera immaginata dal punto di vista di Dio».31
Questo non significa un’abdicazione della ragione in favore di pseudo innovative e nebulose forme di conoscenza, «non evoca scenari di “fine della scienza”, ma rimanda alle origini ed all’essenza stessa del sapere che si è sviluppato a partire dal pensiero logico greco. In questa concezione, il dubbio, assunto quasi a condizione esistenziale, apre alla mente indagatrice spazi di indagine libera e di sperimentazione rigorosa per innovare continuamente la sfida all’ignoto» (Richard Feynman).

Ora non basta che il professor Ciancio e i suoi seguaci dichiarino perentoriamente (e con una certa supponenza), che il «bosco» è un «sistema autopoietico» e che questa biocenosi è un «organismo», perché questa tesi non ha alcuna base scientifica. Questa tesi trae origine infatti da elucubrazioni epistemologiche prive di ogni attinenza con le scienze naturali e fintanto che i «silvo-sistemici» non dimostreranno scientificamente l’assunto che il «bosco» sia «autopoietico» ed un «organismo» sarà opportuno seguire le vecchie desuete concezioni ecologiche.
Si dovrà però finalmente prendere atto che l’ecologia non è una scienza totalizzante, la «scienza chiave» in grado di svelare le manchevolezze della scienza tradizionale (o addirittura di correggerle), come pretendono gli «ambientalisti» o gli «ecologisti» propagatori dell’ideologica «nuova ecologia», intesa come «scienza sistemica e globale, [che] si propone di superare il dualismo uomo/natura evitando le posizioni strettamente antropocentriche come pure quelle puramente biologiche e naturacentriche», studiando non solo «gli scambi energetici e materici, ma anche degli scambi informazionali».32
Si dovrà anche prendere atto che la «silvo-sistemica» non è “l’alfa e l’omega” della selvicoltura, perché la pretesa di mutare il modo tradizionale, sperimentalmente provato, di fare selvicoltura e di gestire i boschi, non si può fondare su screditate ideologie epistemologiche post-moderne, su considerazioni filosofiche e su visioni animistiche del «bosco», ma deve essere radicata nelle conoscenze scientifiche sperimentali e nel consolidato patrimonio conoscitivo delle scienze biologiche e forestali.

Mediante qualche dotta citazione e il ricorso all’epistemologia post-moderna il professor Ciancio pretende addirittura  di cambiare «il paradigma scientifico di riferimento: da quello cartesiano e newtoniano [si passa] a quello olistico e sistemico».33 senza peraltro “validare” questa aprioristica assunzione, ignorando che per le «scienze forestali», come per ogni “scienza dura”, vale il principio della “verificazione”, cioè il criterio di significatività che distingue gli enunciati scientifici da quelli non scientifici o metafisici, oppure di  “falsificabilità” secondo Popper.34
Con l’enunciazione aprioristica che
la gestione del «sistema forestale autopoietico» si concreta attraverso la «selvicoltura sistemica», ovvero: «La scienza sperimentale che ha per oggetto lo studio, la coltivazione e l’uso del bosco, un sistema biologico autopoietico, estremamente complesso, in grado di perpetuarsi autonomamente e capace di fornire beni e servigi»35, il professor Ciancio pretende di applicare una forma di gestione fondata su «interventi che dovranno avere un elemento in comune: essere sempre e comunque a sostegno e in favore del bosco» e di istituire un «Rapporto in cui l’uomo si pone come il referente delle necessità del bosco. E non come colui che controlla e/o piega il sistema alle proprie necessità. In altre parole, è il bosco che condiziona l’attività dell’uomo e non il contrario, come avviene normalmente».36
Qui non si sta discutendo di selvicoltura, non si affrontano i complessi problemi di gestione delle foreste e  delle risorse naturali, si sta facendo solo dell’accademia, uno sfoggio virtuosistico di inutile abilità retorica.
 Non penso vi siano dubbi da parte del selvicoltori sulla complessità delle relazioni ed interrelazioni delle componenti delle biocenosi forestali, anche se sarebbe opportuno precisare la differenza tra «funzioni» del sistema forestale e «processi». Quest’ultimi non sono infatti sufficienti per qualificare una comunità vegetale come «organismo» ed è opinabile che il «perpetuarsi autonomamente» delle fitocenosi boschive configuri un «sistema biologico autopoietico», come inteso da Maturana e Varela (e dal professor Ciancio). Perché la teoria dell’autopoiesi «è caratterizzata da un impianto sistemico organizzazionale, che focalizza la descrizione dei sistemi viventi non sui loro componenti fisico-chimici e sulle proprietà individuali o intrinseche che li caratterizzano, ma sulle unità che essi realizzano. In particolare si concentra sulle relazioni funzionali invarianti che essi esibiscono all’interno di tali unità, ovvero sul ruolo e sulla forma (o topologia) che le loro interazioni assumono nel caratterizzare l’identità di tali sistemi».37

L’affermazione del professor Ciancio che: «A ogni evento naturale o a ogni azione umana il bosco reagisce determinando una nuova realtà, sintesi di interazioni e di interconnessioni. Una realtà irreversibile, imprevedibile, irripetibile, dunque. E, proprio per questo, quasi sempre non corrispondente alle attese»38, contraddice l’assunto che il «bosco» sia un «sistema autopoietico», dal momento che esso non riproduce il medesimo sistema di connessioni ed interconnessioni precedenti alla modificazione perturbatrice dello stato iniziale, ma si ricreano nelle fitocenosi nuovi meccanismi produttivi ed energetici e differenti processi evolutivi.
Volendo mantenere questa concezione “cibernetica” del «bosco» si potrebbe arguire che si tratta piuttosto di un «sistema allopoietico» di etero-produzione, che ricrea nuovi meccanismi di interazione tra le diverse componenti, le quali evolvono per effetto di fattori biotici ed abiotici in maniera non coordinata. Ma, in questo caso, la concezione «organicistica», «olistica» del bosco, assunta dal professor Ciancio come assioma, è del tutto inficiata. Egli infatti sostiene, senza peraltro documentare scientificamente le proprie tesi, che:

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Mr. Bumble, Dickens Oliver by Kyd (J. Clayton Clarke)

In questi ultimi anni si è affermata una posizione che considera il bosco un sistema autopoietico, cioè un sistema che gode della proprietà dell’autonomia. Esso ha la capacità di subordinare i cambiamenti strutturali alla conservazione della propria organizzazione. I componenti del sistema costituiscono una rete interconnessa di relazioni. Le proprietà dell’intero non sono deducibili da quelle delle parti.39

Che il bosco sia un «sistema autopoietico» è affermazione personale dell’autore e di una ristretta cerchia di «silvosistemici», non certo di qualificati ambienti scientifici, che hanno sempre considerato la teoria biologica dell’autopoiesi di Maturana e Varela, come una tesi filosofica legata all’epistemologia fenomenologica, piuttosto che alle indagini scientifiche biologiche e, men che mai, alla selvicoltura o alle scienze naturali.
Che poi si sia affermata tra i “forestali” la visione del bosco come «sistema autopoietico» è un pio desiderio (whishfull thinking) del professor Ciancio e della schiera dei «silvo-sistemici» da riporto, perché non risultano scritti (almeno in ambito scientifico forestale internazionale) attestanti questa generale adesione al pensiero olistico, che attribuisce all’ecosistema bosco caratteri «organicistici», cioè di entità organica in grado di auto-riprodursi ed auto-rigenerarsi (sistema forestale autopoietico).40
Non è per nulla scontato che la «rete interconnessa di relazioni» concorra a conservare l’organizzazione strutturale della biocenosi forestale e che le mutevoli complesse componenti garantiscano la sua auto-perpetuazione anche quando assumono connotazioni diverse in seguito a qualsivoglia mutamento subentrante.
Il professor Ciancio dovrebbe convalidare mediante appropriati dati sperimentali e documentati riferimenti scientifici l’affermazione che «il bosco (è) un sistema autopoietico, cioè un sistema che gode della proprietà dell’autonomia», il quale ha «la capacità di subordinare i cambiamenti strutturali alla conservazione della propria organizzazione» in quanto le «componenti del sistema costituiscono una rete interconnessa di relazioni». Se queste affermazioni corrispondessero alla realtà, non si spiega perché interventi antropici inappropriati o alterazioni biotiche ed abiotiche incidano sulla biocenosi in maniera sostanziale, alterandone la funzionalità o addirittura mettendo a repentaglio l’esistenza stessa dell’ecosistema.

Una biocenosi non è un «sistema vivente» inferenziale, una «unità di interazioni che si mantiene perché la sua organizzazione ha significato funzionale solo in relazione al mantenimento della sua circolarità». Il bosco non intrattiene relazioni di interazione tali da garantire la conservazione della «propria circolarità»; non si adatta all’ambiente perché è in grado di apprendere come evitare le interazioni lesive della circolarità; non è un sistema in grado di prevedere e di adattarsi al reciproco influenzarsi di fenomeni, in breve non è un «network», una rete di eventi interconnessi ed interdipendenti stabili o ricorsivi nel tempo e nello spazio.
Come di consueto una tesi personale dell’autore è espressa come principio evidente per sé, assiomatico, che non ha bisogno di esser dimostrato. L’affermazione che «il bosco  è un «sistema biologico autopoietico» non è un dato incontrovertibile, un principio di per sé evidente, che può essere assunto come punto di partenza di una teoria deduttiva, quale l’enunciata «selvicoltura sistemica».

Ho sempre considerato il «bosco», tralasciando ogni riferimento etimologico o colturale, come un ambiente particolare, una “comunità di esseri viventi”, una “biocenosi” (Lebensgemeinschaft)  connessa ad un particolare ambiente fisico-chimico e non conosco colleghi forestali che abbiano mai considerato il bosco come un “insieme di alberi” commerciali. Con i numerosi tecnici e studiosi della materia, italiani e stranieri, si è sempre discusso di «ecosistemi», di «fitocenosi» o «biocenosi» boschive e di «sistemi forestali», intendendo con quest’ultimo termine il complesso di fattori biotici ed abiotici che caratterizzano questo particolare consorzio naturale. Questi fattori biotici ed abiotici interagiscono tra loro in vari modi, mantenendo la propria individuale specifica funzionalità, senza formare un sistema organico, un «organismo»  in cui i diversi elementi o fattori agiscono congiuntamente per conseguire un fine.
In altri termini il legame che intercorre tra i vari elementi che caratterizzano una biocenosi boschiva è un legame molto meno stringente di quello che si ritrova in un «organismo. In biologia con questo termine si intende infatti: «ogni essere vivente, in quanto costituito da organi disposti armonicamente e funzionanti in modo coordinato (o. animale, vegetale; o. unicellulare, pluricellulare)»41, ma questa definizione non è applicabile ad una biocenosi, ad una comunità di specie che vivono in un determinato ambiente.
«Un organismo vivente, in biologia, è un’entità soggetta alle leggi del mondo fisico ed al controllo da parte dei sistemi che esprimono l’informazione in esso contenuta, informazione codificata primariamente nel genoma e nel materiale genetico altrimenti veicolato, ad esempio negli organuli cellulari, e sottoposta a tutti i meccanismi tipici dell’espressione, compresi quelli evidenziati nell’epigenetica. Tale informazione, come descritto dalla genetica, viene ereditata verticalmente dagli organismi discendenti, o trasferita orizzontalmente».
In un «bosco» gli interventi antropici finalizzati al perseguimento di determinati scopi non alterano il complesso organico «bosco», ma alcuni fattori o «processi» della biocenosi, provocando un riadattamento evolutivo della stessa. Nell’introduzione alla “Selvicoltura su basi ecologiche: un libro di testo e di pratica”, Dengler affermava che «il bosco è semplicemente una comunità vivente, una biocenosi (Lebensgemeinschaft) e il legame di tutte le sue componenti è molto più lasco di quello di un organismo».42 L’espressione metaforica «bosco = organismo vivente», basata su una similitudine sottintesa, ossia su un rapporto analogico che voleva indicare la ricchezza, la varietà bio-ecologica e le dinamiche che regolano lo sviluppo e le relazioni dei costituenti dell’ecosistema «foresta», è stata assunta come fatto reale e la «foresta» è diventata «organismo», «sistema organico» o «superorganismo».43

amanti-nel-bosco

Amanti nel bosco (da Iris Schürmann-Mock, O schöner grüner Wald.Gerstenberg, Hildesheim, 2011)

Ogni tempo ed ogni società ha considerato (e considera) il «bosco» in modi diversi, tal ché la “coscienza” la “visione” o il “sentire” del bosco (Waldbewusstsein44)  ha sempre avuto una connotazione legata alla storia, all’antropologia, alla cultura e all’ambiente.
Per alcun tempo “orrido luogo” (locus horridus), popolato da esseri fiabeschi benefici o malefici, che produce smarrimento e paura (mi ritrovai per una selva oscura/ ché la dritta via era smarrita). Oppure “luogo ameno” (locus amoenus), rifugio di amanti o ambiente selvaggio remoto, disabitato, ritiro ascetico di eremiti, riparo per  fuggiaschi, perseguitati e fuorilegge. Luogo di culto, di spiritualità, , benefico elargitore di pace, di tranquillità e di libertà, provvido fornitore di cibo, di legna e di medicamenti anche per “senza terra”.
Certo anche un “insieme di alberi” secondo la visione di coloro che avevano e tuttora hanno interesse ad utilizzare questa fitocenosi per trarne materia prima legnosa o per trasformarlo in coltivi o in pascoli. Possiamo dire che questo tipo di sfruttamento in molte foreste continua incessabilmente mosso dalla ricerca affannosa di profitto, come testimoniano le ingenti deforestazioni in tante parti del mondo e l’accaparramento di risorse primarie da parte delle potenze economiche industriali.
Tutto questo però non è dovuto ad una “visione riduttiva del bosco”. È elemento fondante dell’attuale sistema economico, inderogabile coercizione che investe la totalità della nostra esistenza imposta dall’attuale sistema economico governato dal profitto, ma, in molte parti del pianeta, anche lotta ardua e continua per vincere la fame e sopravvivere.

Mi dolgo di essere stato vittima, nella pratica e negli studi forestali, di una “visione riduttiva che vede il bosco come un insieme di alberi di interesse economico“, perché di questo vengono tacciati gli obsoleti forestali che hanno seguito la «selvicoltura classica», quella ancora insegnata nelle Facoltà serie di Scienze Forestali.
Non si capisce perché il professor Ciancio si stupisca che «La selvicoltura classica, lineare, intensiva si fonda sul principio del controllo dei processi naturali attraverso la tecnica colturale». Qualsiasi pratica colturale o intervento di utilizzazione delle risorse naturali si basa (o almeno dovrebbe basarsi) sul principio di esercitare un controllo dei processi naturali, indirizzandoli verso il conseguimento di prefissati obbiettivi o finalità.
Mi sembra del tutto ovvio che gli interventi selvicolturali abbiano «Lo scopo è di conseguire nel più breve tempo possibile e con il minimo dispendio di energia, lavoro e capitali le finalità prefigurate nell’esclusivo interesse dell’uomo».
Che cosa c’è di strano, innaturale nel fatto che «Per lungo tempo la coltivazione e la gestione del bosco si sono incentrate sul rapporto provvigione/rinnovazione, considerate, rispettivamente, fonte di reddito e presupposto per la continuità della produzione».45
La produzione legnosa e la rinnovazione del bosco, la sua capacità produttiva e riproduttiva non sono forse i cardini della selvicoltura; le cure che vengono prodigate per coltivare il bosco non sono forse finalizzate a garantire una continuità produttiva e una stabilità nel tempo di questa fitocenosi, affinché essa sia in grado di soddisfare i fabbisogni della società?
Nell’interesse di chi mai si dovrebbero esercitare le pratiche colturali ? Certamente non di un «uomo» astratto, ma di un uomo «sociale», storicamente determinato, portatore di specifici interessi e realizzatore di specifici scopi.
L’«uomo» è un’astrazione costantemente adottata dal professor Ciancio, un modo di riferirsi ad un soggetto universale (come bipede), che negli anni ’70 ha trovato un vasto impiego da parte dei movimenti ecologisti, incuranti del fatto che il linguaggio usato risale alla fine del XVIII secolo.
Questo astratto fantomatico «uomo» non agisce certamente nell’interesse del «bosco» come entità naturale, a meno che non ci si riferisca a chi concretamente detiene i diritti d’uso di quel «bosco», perché il «bosco» non è «soggetto di diritti», non è parte di rapporti giuridici e quindi non è destinatario delle norme giuridiche.46
Suvvia, il bosco in sé non ha alcun «interesse» da esternare, non ha alcun «diritto» innato da rivendicare, nessuno «scopo» da perseguire, dobbiamo semmai analizzare gli «interessi umani» che stanno alla base delle utilizzazioni del bosco; quali siano gli interpreti, i fautori, i patrocinatori dei cosiddetti «diritti sul bosco». Non si sta dissertando attorno a vacue astratte entità metafisiche  o ad indefiniti soggetti (“natura”, “uomo”, “bosco”, “etica”, ecc.). Non si sta parlando dell’uomo in astratto, come fatto biologico, ma piuttosto dello «uomo» concreto, socialmente e storicamente determinato. Stiamo dissertando su tangibili interessi economici e sociali, su diritti d’uso praticati da concreti soggetti economici e sul potere esercitato da specifici attori.

Quando si passa dalle elucubrazioni epistemologico-metafisiche sul «bosco omopoietico» per affrontare il problema degli interventi selvicolturali e della gestione di questo «sistema biologico complesso», «… antonimia di qualsiasi forma di regolarità o di irregolarità»47, le indicazioni sono vacue, generiche, valevoli per ogni realtà forestale, come se gli studi, le ricerche scientifiche, le secolari acquisizioni conoscitive sull’ecologia delle diverse formazioni forestali e sui loro modi d’uso non fossero mai esistite.
Con una certa prosopopea, il professor Ciancio afferma che «Le finalità della «selvicoltura sistemica» sono:48

  • il mantenimento del sistema bosco in equilibrio con l’ambiente;
  • la conservazione e l’aumento della biodiversità e, più in generale, della complessità del sistema;
  • la congruenza dell’attività colturale con gli altri sistemi con i quali il bosco interagisce.

Non penso che queste generiche indicazioni sulle finalità della «selvicoltura sistemica» siano una novità (tralasciando il linguaggio criptico utilizzato) per qualsiasi professionista od operatore forestale, che svolga, con la dovuta coscienza e responsabilità, la sua attività. Ma questo non significa che tutto ciò che si conosce dalle scienze forestali, dalla selvicoltura (sia come pratica empirica che come disciplina), dalla biologia e dalle scienze naturali debba essere messo da parte  e abbracciare la «selvicoltura sistemica», la quale «… non tende verso forme strutturali regolari e, di conseguenza, neppure verso quelle irregolari», ma «… tende alla conservazione e all’aumento della complessità e alla costituzione di silvosistemi autopoietici in equilibrio con l’ambiente». 49
Con queste petizioni di principio e con le generiche (e piuttosto ovvie) indicazioni circa l’uso e il prelievo di prodotti naturali non si fonda il nuovo «paradigma» della selvicoltura, ma si cerca di contrabbandare per novità prescrizioni e raccomandazioni da lungo tempo risapute.

Lapide-lapalisse

Iscrizione tombale di monsieur de Lapalisse.

A. non possono superare la velocità con la quale la risorsa rinnovabile bosco si rigenera;
B. non devono intaccare le potenzialità evolutive del sistema;
C. non possono ridurre la biodiversità.

Come si possa (o si debba?) perseguire tutto questo, è quanto ricercatori e scienziati di tutto il mondo indagano e sperimentano tra enormi difficoltà, resistenze ed impedimenti, ai quali contribuiscono in modo significativo anche filosofie misticheggianti ed ideologie pseudo-scientifiche.
Che dire poi a proposito delle finalità e degli indirizzi della «selvicoltura sistemica». Essi non sono altro che la ripetizione dei principi che da secoli regolano la ricerca e la pratica per coltivare, curare ed utilizzare razionalmente le fitocenosi boschive. Anche in questo caso si presentano principi e regole generali di intervento, ben note a chi opera concretamente nella cura e nella gestione dei  boschi, come si trattasse di scoperte innovative, di un modo nuovo di far selvicoltura.

Il novello «paradigma silvo-sistemico» – elisir di lunga vita per i boschi nostrani – si dimostra essere semplicemente una retorica petizione di principi fondata su ideologie mistiche, su epistemologie animistiche e riferimenti fisici estranei alla pratica selvicolturale.
Il professor Ciancio ci ricorda che «si dovrebbe avere la «consapevolezza che più apprendiamo e più scopriamo “foreste di ignoranza” intorno a noi» e che «si dibatte e si comunica poco o nulla [e si] finisce per esaurirsi in dispute dietro le quali a volte si dissimulano soltanto rivalità accademiche, personali e di gruppo».
De te fabula narratur50, direbbe Orazio, ma altri forestali hanno già puntualizzato che la selvicoltura «è qualcosa di più concreto, di più reale di una sottospecie di panteismo, è improprio usarla come strumento, come argomento nelle competizioni per la dominanza accademica. Che possono soddisfare aspirazioni personali ma non sono utili per la società e, men che meno, per i boschi».51

Condivido l’affermazione del professor Ciancio che «per costruire una “cultura forestale” aperta all’esterno, occorre saperla aprire all’interno», ma per realizzare (almeno parzialmente) questo obbiettivo, non basta far ricorso a slogan, affermazioni apodittiche, riferimenti metafisici e personali interpretazioni “scientifiche”, epistemologie postmoderne, ed altri artifici retorici. Si deve affrontare realisticamente la realtà della politica forestale ed ambientale del nostro Paese, senza tentare di fuorviare il discorso attorno a fumose considerazioni di «ecologia profonda», perché «la selvicoltura non è un concetto, un’idea, un’astratta filosofia, è il lavoro che l’uomo svolge nei boschi, nel suo interesse. Che si basa sull’esperienza e la capacità di chi opera».52

Disney, Grillo parlante

Disney, Grillo parlante

La selvicoltura sistemica si basa sul principio del rispetto degli equilibri biologici del sistema bosco secondo le seguenti linee guida:
a) tutela della biodiversità (sia in-situ in aree protette che ex-situ attraverso la conservazione delle risorse genetiche);
b) protezione dell’ambiente (conservazione del suolo e lotta alla desertificazione, miglioramento della qualità dell’aria e dell’acqua, fissazione del carbonio e azione mitigatrice nei confronti dei cambiamenti climatici);
c) produzione di beni (legnosi e non legnosi) e servigi (salute umana, benessere sociale, paesaggio, turismo, ricreazione, cultura);
d) azione di contrasto per attenuare e risolvere le minacce cui il bosco è soggetto: incendi, fitopatie, frane, ecc.

Le indicazioni sulla finalità della «selvicoltura sistemica» non differiscono da quanto si prefigge qualsiasi intervento selvicolturale basato sulle conoscenze scientifiche ecologico-forestali: produzione di prodotti primari e secondari del bosco, inclusi eventuali servigi (turismo, ricreazione, ecc.); difesa idrogeologica ed ambientale (frane, erosioni, valanghe, ecc.); protezione dei caratteri bio-ecologici, paesaggistici e cura delle avversità cui il bosco è soggetto (biodiversità, fitopatie, danni biotici ed abiotici, ecc.).
In queste enunciazioni del professor Ciancio non trovo alcuna sostanziale novità. Si tratta di indicazioni che qualsiasi tecnico forestale conosce e a cui si dovrebbe attenere.

La ricerca forestale ha fatto enormi progressi: le tipologie delle formazioni boschive sono state ampiamente investigate dalla fitosociologia, dalla botanica, dalla pedologia; i metodi di quantificazione dei caratteri produttivi sono enormemente progrediti ed esistono ormai modelli dendro-auxometrici sempre più perfezionati e metodologie statistiche sofisticate per prevedere l’evoluzione di specifiche formazioni forestali; gli studi sulla composizione, sulla struttura,  sulla produzione di biomassa, sui cicli nutrizionali e sulla biodiversità delle fitocenosi,  hanno avuto un considerevole sviluppo.
Negli scritti dei «silvo-sistemici» di tutto questo non ritrovo traccia alcuna, oppure trovo solo generiche tautologiche affermazioni  prive di ogni indicazione su come applicare nella pratica selvicolturale quanto enunciato nello schema riportato53:

SelvicolturaGestione_1Se si esaminano le caratteristiche descritte per la «selvicoltura sistemica», possiamo dedurre, senza ombra di malignità, che il «silvo-sistema autopoietico in equilibrio con l’ambiente» (a parte la vaghezza dei termini impiegati) si caratterizza per un’assoluta indeterminatezza degli interventi e delle modalità di gestione dei popolamenti forestali, tal ché si può dedurre che l’opera del selvicoltore si riduce a lasciar crescere il bosco «secondo natura», la quale provvederà a garantire che il «bosco astrutturato» con un’opportuna «mescolanza spontanea di specie», rinnovandosi naturalmente, fornisca in modo continuativo una provvigione minimale, a seconda dell’eliofilia o della sciafilia delle specie presenti, come specificato nella tabella. Basta che il forestale intervenga cautamente, continuativamente e capillarmente «in funzione delle necessità del popolamento con l’obbiettivo di partecipare ai processi evolutivi dell’ecosistema», perché i nostrani boschi generalmente in malo arnese, risorgano a nuova vita e miracolosamente soddisfino a tutte le necessità del bipede «uomo».54 Ogni indicazione sul tipo di governo o di trattamento è superflua, la politica forestale ed ambientale è un fatto trascurabile, la formazione dei tecnici, l’operatività delle istituzioni preposte alla salvaguardia dell’ambiente non sono un elemento fondante di una razionale gestione delle foreste e del territori, basta lasciar fare il loro corso ai processi evolutivi bio-ecologici, perché si ristabilisca un miracoloso equilibrio funzionale dell’ecosistema con l’ambiente.
Il professor Ciancio è prolifico nel dare indicazioni operative vaghe, fumose, accompagnate sempre da retoriche enunciazioni («Si opera nell’interesse del sistema biologico complesso bosco, che è disomogeneo e astrutturato»). Manca ogni riferimento alle operazioni selvicolturali e gestionali per raggiungere le auliche enunciazioni di principio. Ci sono parole in quello che scrive il professor Ciancio, ma non c’è un senso ed è quindi impossibile discutere su accattivanti inezie.
Bisognerebbe lasciar perdere, come del resto mi dicono molti amici e colleghi, ma ci sono dei limiti e il vuoto in certi casi deve essere colmato per difendere la professionalità e l’impegno nella cura dei terreni forestali di tanti operatori forestali e anche per una simpatetica comprensione per gli studenti di scienze forestali che si devono confrontare con queste teorie «silvo-sistemiche».55

Già nel 1990, Carlo Bernardini56  ci aveva messo sull’avviso che «… aizzando le folle contro la freddezza della razionalità, con slogan,  metafore e denunce di presunti fallimenti della scienza contemporanea che ignorerebbe -scherziamo?- per esempio il concetto di entropia (saldamente in uso dal 1865) oppure i processi stocastici (che l’ignaro Bateson non ha certo inventato), i guri titolari e avventizi invadono i mass media tentando di rimpiazzare le ideologie decadute e di ricavarne movimenti e consensi politici» e «… se si pensa che la salvezza stia nel constatare che “tutto il sistema vivente, dai colori delle ali delle farfalle al profumo dei fiori, sta lì a indicare il ruolo fondamentale della forma, della bellezza  e della qualità, grandezze ovviamente non riducibili a mere qualità” non resta che la risposta del principe Antonio de Curtis, meglio noto come Totò:

Totò: Ma mi faccia il piacere!

Totò: Ma mi faccia il piacere!

Anch’io vorrei ripetere questo grazioso invito ai «silvo-sistemici», ma preferisco, a questo punto, concludere la non-breve discussione, perché i miei «men che venticinque lettori» si saranno certamente stancati di sentir parlare del «bosco» del professor Ciancio (organismo, sistema autopoietico, concezione olistica, selvicoltura silvo-sistemica, ecc. ecc.), di verità e certezze assolute, e della limitatezza della cognizione umana.
Concludo quindi questa solitaria discussione con la “Lode del dubbio”(Bertold Brecht):

 
  1. Ciancio Orazio, 2016 – Biodiversità e Silvosistemica. L’Italia Forestale e Montana / Italian Journal of Forest and Mountain Environments 71 (1): 3‐6, 2016.
    Gli articoli citati si riferiscono a: Ciancio O., Corona P., Nocentini S., 1997 – La silvosistemica e la conservazione del bosco. In: Atti del 1° Congresso “Conservazione e biodiversità nella progettazione ambientale”, Perugia, 28-30, novembre 1996. Vol. 1: relazioni.; Ciancio O., Corona P., Marchetti M., Nocentini S., 2003 – Systemic forest management and operational perspectives for implementing forest conservation in Italy under a pan-European framework. Proceedings, XII World Forestry Congress, Vol. B – Outstanding Paper, Level 1, Quebec City, p. 377-384. 1997, 2003). Come si vede l’Autore cita sé stesso o i suoi collaboratori a sostegno delle tesi sulla «selvicoltura sistemica». Questo vizio delle self– e cross-citation è già stato messo in rilievo in altri articoli (Che cos’è mai la Selvicoltura: una Scienza, una Tecnica, un’Arte ? Primarie considerazioni, nota 2), anche in questo caso tutti gli scritti citati a sostegno della «silvo-sistemica» sono di Ciancio e collaboratori.
  2. Ciancio Orazio, 2011 – Systemic silviculture: philosophical, epistemological and methodological aspects. L’Italia Forestale e Montana, 66 (3): 181-190. Versione italiana dell’articolo pubblicato sul numero 3/2011 de L’Italia Forestale e Montana.
  3. «Auto-poiesi» (dal greco ἀυτός- auto-, significante «stesso», «medesimo», e ποίησις – poiesis -,  indicante «produzione», letteralmente «auto-creazione» o «auto-produzione» (self-creation), la quale denota un rapporto dialettico tra struttura, meccanismo e funzione (expresses a fundamental dialectic among structure, mechanism and function). Per un approfondimento dellautopoiesi si può far ricorso alle lezioni approntate da Randall Whitaker: «Tutorial on autopoietic theory», che possono certamente interessare epistemologi, ma che sono prive di interesse per la pratica selvicolturale.
  4. Gregory Bateson (1904-1980), scienziato eclettico (antropologo, psichiatra, biologo, cibernetico) è considerato uno dei padri fondatori della «ecologia sistemica», la quale deve essere analizzata non solo in termini di scambi energetici e nutrizionali, ma anche e soprattutto di informazioni. Particolare interesse ha suscitato in Italia la sua pubblicazione: Bateson, G. e Bateson, M. C., 1989 – Dove gli angeli esitano. Verso un’epistemologia del sacro, Adelphi, Milano; ampiamente citata da diversi ecologi e scienziati nel dibattito sulla complessità e sul pensiero olistico che, negli anni ’90, ha assunto particolare vigore e hanno dato impulso ad una sorta di «misticismo ecologico» legato alla «Deep ecology». Per una comprensione sull’origine, dinamica e varietà delle tendenze della “Deep Ecology” confronta: Sessions, G. (1987). The Deep Ecology Movement: A Review. Environmental Review: ER, 11(2), 105-125.
  5. Secondo l’ipotesi di Gaia avanzata da James Lovelock, l’intero complesso di esseri viventi e non viventi del pianeta, la totalità dei fattori biotici ed abiotici planetari costituirebbero una sorta di meta-organismo vivente caratterizzato dall’interrelazione tra tutti i suoi componenti, i quali sono in grado di autoregolarsi. «La vita è riferibile ad un sistema circoscritto, aperto a flussi di energia e di materia, ed in grado di mantenere invariate le proprie condizioni interne nonostante il mutare delle condizioni esterne, attraverso il processo della omeostasi».
  6. An autopoietic organization is an autonomous and self-maintaining unity which contains component-producing processes. The components, through their interaction, generate recursively the same network of processes which produced them. An autopoietic system is operationally closed and structurally state determined with no apparent inputs and outputs, Web Dictionary of Cybernetics+ and Systems.
  7. Maturana H., Varela F., 1999 – L’albero della conoscenza. Garzanti Editore, Milano, p. 58.
  8. Maturana H. e Varela F., 1987 – L’albero della conoscenza. Garzanti Ed., Milano, p. 62.
  9. (Self-asserting capacity of living systems to maintain their identity through the active compensation of deformations). Maturana H. R., Varela F. J., 1980 – Autopoiesis and Cognition. The Realization of the Living, Reidel, Dordrecht; tr. it. Autopoiesi e cognizione. La realizzazione del vivente, Marsilio, Venezia 1985; a cura di Alessandra Stragapede, p. 205.
  10. Maturana, H.R., Varela, F.J., 1985, Autopoiesi e cognizione. La realizzazione del vivente, Venezia, Marsilio (Autopoiesis and Cognition. The Realization of the Living, 1980)
  11. «In campo forestale, l’affermazione della visione sistemica basata sul paradigma olistico o sistemico rende possibile la definizione del sistema forestale autopoietico, cioè un sistema in grado di autorganizzarsi e di coniugare l’efficienza funzionale a un’alta valenza economica, oltre che ecologica e culturale, in contrapposizione al sistema forestale classico». Ciancio O., 2011 – Systemic silviculture: philosophical, epistemological and methodological aspects. L’Italia Forestale e Montana, 66 (3): 181-190. (Versione in lingua italiana dell’articolo pubblicato sul numero 3/2011 de L’Italia Forestale e Montana).
  12. «Allo-poiesi» (dal greco ἂλλος (allo-), significante «altro», «diverso» e ποίησις «produzione», quindi «etero-produzione.
  13. Even reproduction in biology is allopoietic because the offsprings are materially distinct from the parent organism and occupy different spaces. Reproduction is not self-production.
  14. Se si volesse mantenere un rigore logico un sistema autopoietico del III ordine dovrebbe essere l’intera specie umana, come le famiglie, alle quali però non si potrebbe attribuire la caratteristica dell’autopoiesi. La quale sarebbe attribuibile invece all’intera specie umana. Infine la biosfera terrestre potrebbe essere, secondo questa logica, un sistema del IV ordine, e proseguendo si potrebbe estendere il discorso alle galassie, universo e ad altri pianeti. Ma qui si sconfina con la fantascienza.
  15. Tiezzi Enzo, 1990 – Il sacro nella materia (in Api o architetti: quale universo; quale ecologia, supplemento al numero 114 dell’Unità e del Manifesto, 16 maggio 1990.
  16. Husley Julian, 1949 – On living in a Revolution (traduzione italiana di Marcella De Ambrosis: Tempo di rivoluzione. Il Saggiatore «I Gabbiani», Arnaldo Mondadori Ed., Milano, 1965, p. 132.
  17. Boncinelli Edoardo, 2016 – Contro il sacro: perché le fedi ci rendono stupidi. Rizzoli Editore, Milano, p. 114.
  18. Nella sua Teologia Naturale (1802) l‘arcidiacono di Carlisle, scriveva che, qualora fosse inciampato in una pietra passeggiando nella brughiera e gli fosse stato chiesto da dove proveniva quella pietra, egli avrebbe risposto che, a suo parere, quella pietra stava lì da sempre. Se invece egli avesse trovato per terra un orologio, non avrebbe potuto dare la stessa risposta (cioè che l’orologio si trovava lì da sempre), per il semplice motivo che è impossibile pensare che l’orologio fosse lì da sempre, perché le parti dell’orologio sono state assemblate per uno scopo. È inevitabile quindi che “l’orologio abbia avuto un artefice”, mentre la pietra non presenta uno scopo rivelato dalla complessa disposizione delle sue parti.
  19. Maturana-Romesin H. and Mpodozis M., 2010 – The Origin of Species by Means of Natural Drift. Revista Chilena de Historia Natural 73, 261-310; (Versione inglese dell’articolo “Origen de las especies por medio de la deriva natural, o la diversificación de los linajes a traves de la conservación y el cambio de los fenotipos ontogenicos”, pubblicato in spagnolo nel 1992 (46ª edizione speciale della “Revista del Museo de Historia Natural de Chile”.) DOI: 10.4067/S0716-078X2000000200005.
  20. «We propose that evolution occurs as a phenomenon of structural drift… without progress or optimization of the use of the environment, but only conservation of adaptation and autopoiesis, in a process where organism and environment remain in continuous structural coupling».
  21. «The process by which an organism – or autopoietic system follows a path of structural change, which results from its dynamics of interactions while conserving its organization, through a relation of operational congruence with the environment, is denoted by the word drift» (Maturana & Mpodozis 1992).
  22. «… evolutionary change is “a result of a phylogenetic process of differential survival in a domain of conservation of both organization (autopoiesis) and adaptation”, where reproduction is “a process that generates both continuity as well as change”, and the mechanism is the congruent and spontaneous change of organisms and the circumstances in which they exist», (Camus P. A., , 2000 – Evolution in Chile: natural drift versus natural selection, or the preservation of favoured theories in the struggle for knowledge (Evolución en Chile: deriva natural versus seleción natural, o la preservación de las teorías favorecidas en la lucha por el conocimiento), Revista Chilena de Historia Natural 73: 215-219.
  23. Boncinelli E., 2009 – Perché non possiamo non dirci darwinisti. Rizzoli, Milano.
  24. Pievani T., 2011 – La vita inaspettata: il fascino di un’evoluzione che non ci aveva previsto. Raffaele Cortina Ed., Milano.
  25. Fatti accertabili/accertati + logica ben distinti dalle «scienze umane», esenti dalla «componente ideologica e valutativa comunque motivata e/o occultata (interessi, superstizioni, volontà di potenza»), Flores D’Arcais P., 2015 – Controversia sull’essere, primo scambio: Nuovo realismo o empirismo esistenziale. MicroMega, almanacco filosofico 2.
  26. Ciancio Orazio & Nocentini Susanna, 1996 – Il paradigma scientifico, la “buona selvicoltura” e la saggezza del forestale. In: Il bosco e l’uomo (a cura di Orazio Ciancio). Firenze, Accademia Italiana di Scienze Forestali. P. 259-270. (English version: The scientific paradigm, “good silviculture” and the wisdom of the forester. In: “The forest and man”, edited by Orazio Ciancio. Firenze, Accademia Italiana di Scienze Forestali, 1997, p. 257-268).
  27. Nel linguaggio comune un paradigma (dal greco antico παράδειγμα  paràdeigma) è un modello di riferimento, un termine di paragone, un esempio, qualcosa di esemplare, una visione globale (e globalmente condivisa) di una determinata disciplina scientifica.
  28. Si sta parlando di «scienze dure», fondate su «fatti» accertabili/accertati + logica, esenti dalla «componente ideologica e valutativa comunque motivata e/o occultata – interessi, superstizioni, volontà di potenza». Flores D’Arcais P., 2015 – Controversia sull’essere, primo scambio: Nuovo realismo o empirismo esistenziale. MicroMega, almanacco di filosofia 2.
  29. Flores D’Arcais P., 2015 – Controversia sull’essere, primo scambio: Nuovo realismo o empirismo esistenziale. MicroMega, almanacco di filosofia 2. Kuhn afferma che le «rivoluzioni» scientifiche falsificano le leggi scientifiche del precedente «paradigma», per cui Einstein avrebbe falsificato Newton, la relatività e la meccanica quantistica avrebbero soppiantato la fisica classica, e via dicendo, mentre è evidente che si è semplicemente esteso il campo di validità di determinate leggi fisiche.
  30. Bellone Enrico , in Le leggi della termodinamica dal Boyle a Boltzmann, Loescher, 1978.
  31. Flores D’Arcais P., 2015 – Controversia sull’essere, primo scambio: Nuovo realismo o empirismo esistenziale. MicroMega, almanacco di filosofia 2.
  32. Tiezzi Enzo, 1990 – Il sacro nella materia (in Api o architetti: quale universo; quale ecologia, supplemento al numero 114 dell’Unità e del Manifesto, 16 maggio 1990.
  33. Ciancio Orazio, 2011 – Systemic silviculture: philosophical, epistemological and methodological aspects. L’Italia Forestale e Montana, 66 (3): 181-190. Versione in lingua italiana dell’articolo pubblicato sul numero 3/2011 de L’Italia Forestale e Montana.
  34. Una devota discepola del professor Ciancio afferma che «… Il riconoscimento del bosco come sistema biologico complesso», che «…ha rappresentato la base per un salto paradigmatico nelle Scienze forestali e, all’inizio del terzo millennio, costituisce il punto di partenza per qualsiasi discorso innovativo sulla selvicoltura e sulla gestione forestale, «è tanto più vero perché, come ha scritto Popper (1982) “Abbiamo molte ragioni per credere che il mondo sia unico: una combinazione unica e altamente complessa – forse perfino infinitamente complessa – di occorrenze di processi interagenti”», (Nocentini S., 2009 – Le solide fondamenta della selvicoltura sistemica. Forest@ 6: 337-346 [online: 2009-11-23] URL: http://www.sisef.it/forest@/.Le solide fondamenta della selvicoltura sistemica). Questa citazione di Popper però non “falsifica” i paradigmi forestali precedenti, ma è essa stessa tautologica.
  35. Ciancio Orazio, 1999 – Gestione forestale e sviluppo sostenibile. In: Secondo Congresso Nazionale di Selvicoltura. Per il miglioramento e la conservazione dei boschi italiani. Venezia, 24-27 Giugno 1998. Vol. 3. Consulta Nazionale per le Foreste ed il Legno; Direzione Generale per le Risorse Forestali, Montane ed Idriche; Accademia Italiana di scienze Forestali. P. 131-187.
  36. Ciancio O., 2014 – Il bosco: natura, società, cultura. L’Italia Forestale e Montana / Italian Journal of Forest and Mountain Environments 69 (6): 301-305.
  37. Bich Leonardo, Damiano Luisa, 2012 – Riscoprire la teoria dell’autopoiesi nella caratterizzazione dei sistemi sociali. In Licata (ed.) “Sistemi, modelli, organizzazioni. Management e complessità”. Roma: Corisco, 83-111.
  38. Ciancio O., Nocentini S., 1994 – Il metodo del controllo e la selvicoltura su basi naturali: un problema colturale e di gestione forestale. L’Italia Forestale e Montana 49 (4): 336- 356; Ciancio O., Nocentini S., 1994 – Problemi e prospettive della gestione forestale. L’Italia Forestale e Montana 49 (6): 550-566.
  39. Ciancio Orazio, 2008 –  Bioeconomia dei sistemi forestali: Assestamento e Selvicolturadell’insegnamento alla realtà. Annali Accademia Italiana di Scienze Forestali, Vol. LVII: p. 130.
  40. Ciancio O., Gestione forestale e sviluppo sostenibile. In: Secondo Congresso Nazionale di Selvicoltura. Per il miglioramento e la conservazione dei boschi italiani. Venezia, 24-27 Giugno 1998. Vol. 3. Consulta Nazionale per le Foreste ed il Legno; Direzione Generale per le Risorse Forestali, Montane ed Idriche; Accademia Italiana di scienze Forestali, p. 131-187.
  41. Aldo Gabrielli, Grande Dizionario Italiano, Hoepli Ed., Milano 2011.
  42. (… daß der Wald nur eine Lebensgemeinschaft ist, und daß die Bindung aller ihrer Glieder sehr viel loser sind als bei Organismus. Alfred Dengler, Waldbau auf ökologischer Grundlage: ein Lehr- und Handbuch. Springer Verlag, Berlin Heidelberg, 1930.
  43. L a foresta “come tutti gli esseri viventi, come un superorganismo, vive una vita propria (Cappelli Mario, 1978 – Selvicoltura generale. Edagricole, Bologna, p. 1). Il termine «super-organismo» è mutuato da Clements ed è stato rigettato dalla maggioranza degli studiosi di ecologia e fitogeografia. Sull’origine e significato del termine non viene data alcuna spiegazione e i lettori son quindi indotti a ritenere che il bosco sia un «organismo biologico complesso».
  44. Con questo termine si indica il modo in cui soggettivamente viene vissuto e pensato il bosco, come lo si desidera e lo si utilizza e su quali tradizioni letterarie, iconografiche, musicali, ecc. si basi l’attuale modello culturale (… wie diese den Menschen in ihrem Denken und Erleben subjektiv gegeben sind, wie sie gewünscht und genutzt werden und auf welchen Traditionen (Literatur, bildende Kunst, Musik etc.) die heute wirkenden Kulturmuster basieren. Lehmann, Albrecht, Waldbewusstsein. Zur Analyse eines Kulturthemas in der Gegenwart. Forstwissenschaftliches Centralblatt vereinigt mit Tharandter forstliches Jahrbuch, 2001, Vol. 120, 1, pp.38-49.
  45. Orazio Ciancio, L’evoluzione della selvicoltura .
  46. Il soggetto di diritto (o soggetto giuridico o, secondo alcuni autori, figura soggettiva) è, nel diritto, un essere o entità che in un determinato ordinamento giuridico può essere parte di rapporti giuridici ed è quindi destinatario delle norme dello stesso ordinamento.
  47. Ciancio Orazio, 2011 – Systemic silviculture: philosophical, epistemological and methodological aspects. L’Italia Forestale e Montana, 66 (3): 181-190. Versione in lingua italiana dell’articolo pubblicato sul numero 3/2011 de L’Italia Forestale e Montana.
  48. Ciancio O., 2011 – Systemic silviculture: philosophical, epistemological and methodological aspects. L’Italia Forestale e Montana, 66 (3): 181-190, (traduzione italiana dell’articolo (3/2011) de L’Italia Forestale e Montana).
  49. Ciancio Orazio, 2011 – Systemic silviculture: philosophical, epistemological and methodological aspects. L’Italia Forestale e Montana, 66 (3): 181-190. Versione in lingua italiana dell’articolo pubblicato sul numero 3/2011 de L’Italia Forestale e Montana. Sarebbe opportuno che il professor Ciancio chiarisse se l’obbiettivo della «selvicoltura sistemica» è quello di creare un «bosco astrutturato» oppure una biocenosi in grado di fornire risorse primarie e secondarie in maniera continuativa. La struttura non è l’obiettivo della gestione, ma è il risultato del tipo di interventi selvicolturali e gestionali adottati. Raramente in natura esiste un «bosco disetaneo», più spesso si trovano boschi «irregolari», del resto Leibundgut aveva già affermato (1946) che ogni schema è contrario all’essenza della selvicoltura («Jedes Schema widerspricht dem inneren Wesen des Waldbaus.») e che il successo di un intervento o di una pratica selvicolturale dipende dalla competenza professionale degli operatori e dalla abilità del gestore di attuare una efficace pianificazione e realizzazione del lavoro.
  50. È di te che si parla in questa favola (Orazio, Satire, I, 1, 69-70)
  51. Giovanni Hippoliti (già selvicoltore esecutivo) La selvicoltura, fantasia o realtà? Sherwood n.152 Aprile 2009.
  52. Giovanni Hippoliti (già selvicoltore esecutivo) La selvicoltura, fantasia o realtà? Sherwood n.152 Aprile 2009.
  53. Ciancio Orazio, Nocentini Susanna, 1996 − Il paradigma scientifico, la “buona selvicoltura” e la saggezza del forestale. In: Il bosco e l’uomo (a cura di Orazio Ciancio). Firenze, Accademia Italiana di Scienze Forestali. P. 259-270. (English version: The scientific paradigm, “good silviculture” and the wisdom of the forester. In: “The forest and man”, edited by Orazio Ciancio. Firenze, Accademia Italiana di Scienze Forestali, 1997, p. 257-268).
  54. «Gli interventi colturali sono cauti, continui e capillari – le tre C della selvicoltura – in funzione, appunto delle necessità dei vari popolamenti. L’obiettivo è di agire attivamente sui processi evolutivi dell’ecosistema senza turbarne eccessivamente gli equilibri».
  55. Un’analoga preoccupata comprensione è stata espressa dal recensore del libro di Ciancio et al. (Il bosco e l’uomo), classificato come privo di interesse e concettualmente povero (eminently “put-downable” (in several senses),  per gli studenti forestali fiorentini nel misurarsi con la cultura della (non necessaria) complessità (One can only sympathize with Florentine students of forest management in coping with a “culture of (unnecessary) complexity”), Review by Malcom D. C. of “Orazio Ciancio (ed.) – The Forest and Man, Accademia Italiana di Scienze Forestali, Florence, 1997, pp. 321”, Forestry (1999) 72 (1): 79-84.
  56. La parola a Totò. Articolo pubblicato su la Repubblica del 6 marzo, 199

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