La selvicoltura dei «silvo-sistemici»

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Ecco, avvolte da un’aura «classica», le “Tre selvicolture ritrovate” («selvicoltura su basi ecologiche», «selvicoltura naturalistica», «selvicoltura su basi naturali»). Si è esclusa la «selvicoltura «finanziaria», perché non troppo aggraziata nelle sue sembianze materialistiche, anche se essa rientra di pieno diritto nella categoria «classica» e si insegni nelle università.1

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A. Canova, Le Tre Grazie (1813-1816)

Si è già osservato che l’aggettivo «classico» indica qualcosa di pregevole, perfetto, eccellente, legato alla migliore tradizione, tale da servire come modello di un genere. Talvolta però questo aggettivo è  impiegato per connotare qualcosa di valido, degno di considerazione per il suo nobile passato, ma che appartiene oramai  ad una visione superata, tradizionale che va sostituita dal «moderno», da ciò che è attuale ed ha una maggiore capacità ed una migliore funzionalità nell’interpretare ed intervenire sulla realtà presente.
Il professor Ciancio, nell’attribuire alla «selvicoltura» l’attributo «classico», crea una categoria a suo uso e consumo aggettivandola in modo positivo, ma nel contempo intende connotare le pratiche selvicolturali  storiche come superate, da sostituire con una concezione della selvicoltura più confacente alla nostra epoca. In breve egli pretende di “rottamare”2  tutto il patrimonio storico e scientifico di conoscenze e di attività legate alla cura del «bosco», per dare dignità e valore alla sua «selvicoltura sistemica».
In questo caso egli contraddice quanto affermato in precedenza «…che la selvicoltura in quanto disciplina non doveva essere aggettivata … per diversi motivi, tra i quali: l’aggettivazione, superando l’intento di chi l’ha usata e continua a usarla, inevitabilmente ha condotto, e non poteva essere altrimenti, alle interpretazioni più disparate».3
A questo proposito, c’è chi giustamente osserva che «la selvicoltura nasce proprio per gestire il rapporto fra l’uomo e il bosco armonizzando le esigenze di entrambi. In fondo essa non ha bisogno di aggettivi né di etichette, basta il sostantivo», ed esprime, nel contempo, perplessità su questo nuovo attributo alla selvicoltura «…  Francamente mi riesce difficile capire cosa ci sia di nuovo e di positivo in questo termine [selvicoltura sistemica] e ancora quale ne sia il significato e perché sia stato coniato…».4

Prima di presentare le «Tre selvicolture» vorrei rammentare che la «selvicoltura» non è una «scienza», se si rispetta il campo semantico di questo termine, ma semplicemente una disciplina facente parte del corpus dottrinale delle «scienze forestali».5
Le «scienze forestali» si prefiggono di studiare le relazioni che intercorrono tra le richieste avanzate dalla società (economiche, sociali, culturali, ecc.) e la politica forestale in rapporto alla durevolezza e alla funzionalità del patrimonio forestale. Per questa caratteristica, le «scienze forestali» fanno riferimento a discipline diverse (economiche, sociali, fisico-biologiche) e affrontano svariati temi inerenti il rapporto tra struttura economico-sociale (economia, sociologia, politica) in tutte le sue articolazioni di scala (legislazione, politiche di mercato, amministrazione forestale, ecc.). La pratica selvicolturale (selvicoltura) per essere efficace e garantire un buon uso del bosco deve essere supportata da conoscenze ed indagini biologiche e tecnologiche di base e da un sistema gestionale appropriato. La coltura del bosco (selvicoltura) non può essere disgiunta dagli elementi conoscitivi derivanti dalla biologia, dalla fisica, dalle scienze naturali, nonché dagli studi analitici della struttura economico-sociale in cui si opera e dai modi in cui la società è organizzata.

Questo schema, tratto da Assmann6,  chiarisce quali siano gli scopi e i campi di ricerca e di studio delle «scienze forestali» e mostra il ruolo essenzialmente pratico-operativo della «selvicoltura», analogamente al controllo fitosanitario e alle modalità di utilizzazione delle risorse primarie e secondarie del bosco.
Senza una stretta relazione con la politica economico-sociale e con il complesso delle «scienze forestali», la «selvicoltura» (comunque aggettivata) non ha alcun valore operativo, né può svolgere un ruolo effettivo nel buon uso delle risorse forestali.

Discipline_forestali_Assmann

«Selvicoltura» è quindi la disciplina o ramo delle «scienze forestali» che si interessa dei problemi connessi con l’impianto, la coltivazione, il governo e lo sfruttamento razionale del patrimonio boschivo, soprattutto ai fini della produzione di legname. Anche la «medicina» non è una «scienza», ma una «pratica» fondata su conoscenze biologiche, la quale cerca di adattare ad uno specifico soggetto affetto da patologia i ritrovati messi a punto dagli scienziati che indagano sulla fisiologia, sulla patogenesi, sulla biologia molecolare, ed altri aspetti fisico-biologici dell’uomo. L’applicazione delle conoscenze e dei ritrovati scientifici viene adattata al singolo organismo, il quale avrà una specifica modalità di reazione.7
Del resto nella terminologia internazionale corrente, per «selvicoltura» si intende “
l’arte e la disciplina che facilita l’insediamento, la crescita, la composizione e la qualità della vegetazione forestale per conseguire il complesso di benefici offerti dalle risorse del bosco”. Oppure adotta definizioni analoghe, proprio perché le «pratiche selvicolturali», derivanti dalle conoscenze acquisite dalle «scienze forestali» (intese nel loro insieme) vengono adattate ed applicate ad uno specifico popolamento forestale ed contesto ambientale.8
Unicamente nel linguaggio quotidiano, non specialistico, il termine «selvicoltura» viene inteso come sinonimo di «scienze forestali», e talvolta lo si confonde anche con il «metodo di  gestione forestale» o con il «sistema selvicolturale».9

Il «sistema selvicolturale» rappresenta il piano colturale complessivo per dare al bosco la conformazione idonea a soddisfare determinate esigenze economiche ed ambientali. Curando la rinnovazione e agendo sui caratteri di composizione e di struttura del soprassuolo, il selvicoltore cerca di ottenere, mediante un sistema di interventi proiettati nel tempo, la persistenza e regolarità della produzione,  il miglioramento dei caratteri pedo-climatici,  ambientali e sanitari del popolamento e un giusto equilibrio tra le diversificate esigenze dei fruitori.
Questa assenza di chiarezza terminologica ed una certa “sciatteria” nell’uso dei termini, anche da parte di specialisti delle discipline forestali, ha prodotto di frequente malintesi e innestato polemiche non sempre supportate da chiare motivazioni scientifiche ed operative. Mediante l’uso frequente di metafore e di espressioni generiche, i patrocinatori della «selvicoltura sistemica» concorrono  a diffondere una visione vaga, statica, non ben definita della «selvicoltura», la quale perdendo ogni valenza pratico-operativa assume la connotazione di “modo di vedere”, di opinione, di teoria avulsa dalla pratica . Da modus operandi, fondato sulla capacità di cogliere gli elementi di dialettica interna ed esterna degli ecosistemi e di agire per utilizzarli ai propri fini, la selvicoltura dei «silvo-sistemici» si trasforma in una visione soggettiva di intendere e valutare la natura e il bosco. Basandosi su opinabili ideologie filosofiche ed epistemologiche, l’attività e la pratica forestale di cura delle fitocenosi boschive diviene inconcludente chiacchiericcio su astratte idee prive di validi fondamenti scientifici e storici.

In una certa misura, si può condividere che “ogni pratica colturale è la logica conseguenza di quelle precedenti e il presupposto di quella successiva”, ma, proprio per questo, risulta incomprensibile il fatto che la «selvicoltura sistemica» presti scarso interesse ai «sistemi selvicolturali» o ai «sistemi di gestione forestale», i quali si basano proprio sul presupposto che le attività colturali dei boschi siano proiettate nel tempo ed abbiano una continuità e logica applicativa.
In genere, nella pianificazione ed esecuzione di interventi sui popolamenti forestali si fa riferimento a dei «sistemi selvicolturali», più o meno codificati, cercando di adattarli alla specifica situazione operativa ed ambientale in cui si interviene. Non si opera in base ad una «selvicoltura» genericamente intesa, ma sulla base di «sistemi selvicolturali» che tengono conto non solo delle caratteristiche ecologiche attuali, ma anche al tipo di sviluppo ipotizzato per quel «bosco». Perché lo scopo della selvicoltura è quello di ottenere una «Produzione costante, rinnovazione naturale, miglioramento progressivo» delle foreste (Lorentz e Parade – 188310). Questi obbiettivi si raggiungono solamente fondando le attività selvicolturali su un piano, più o meno dettagliato e vincolante, basato su un’approfondita analisi dello stato attuale del soprassuolo e dei vincoli operativi e d’uso presenti, ma che è proiettato nel futuro per realizzare determinati obbiettivi.
Per «sistema selvicolturale» si intende infatti “un programma di interventi di cura del bosco (selvicolturali) da realizzare su un determinato popolamento forestale – per tutto il periodo di esistenza – finalizzato al perseguimento di ben definiti obiettivi ecologici. Questo programma di trattamenti colturali deriva dall’integrazione di specifiche modalità di utilizzazione, di rinnovazione e di cure colturali per ottenere, per quello specifico popolamento forestale, una resa di benefici, materiali e immateriali, più o meno costante nel tempo. Analoghe definizioni si trovano nei trattati selvicolturali di altri paesi: Silvicultural System11Waldbausystem12Système sylvicole13.

La scelta del «sistema selvicolturale» si basa su una valutazione dei caratteri stazionali e bio-ecologici del popolamento e sugli obbiettivi da perseguire e non si limita mai a determinare semplicemente la quantità di legname da prelevare. Le decisioni operative sono conseguenti all’analisi dei caratteri ecologici della biocenosi forestale, all’apprezzamento dello stato sanitario, allo studio delle caratteristiche stazionali e alla valutazione del contesto sociale ed economico della regione in cui si opera. Mediante misure ed osservazioni puntuali, effettuate attraverso rilievi campionari oggettivi, si valutano i parametri dendro-auxologici dei soprassuoli, mentre, ricorrendo a specifiche analisi floristiche e pedo-climatiche, si individua la tipologia dei popolamenti e le tendenze evolutive.
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al momento che non si opera in sistemi “fuori mercato”, il selvicoltore non può prescindere da una valutazione dei costi e degli ostacoli che si frappongono all’esecuzione degli interventi programmati, e deve quindi considerare sempre la convenienza economica delle misure colturali previste. È appunto per questi motivi che nella pratica corrente, quando si debbono gestire dei complessi forestali, garantendo il conseguimento di determinati benefici senza precludere la funzionalità della biocenosi boschiva, non si parla astrattamente di «selvicoltura», ma di un «sistemi selvicolturali» appropriati.

I selvicoltori francesi dicono che “Un dato sistema selvicolturale copre tutte le attività di gestione legate alla crescita della foresta, dalla pianificazione iniziale fino alla raccolta, l’impianto e la cura dei nuovi popolamenti”.14  Analogamente, in Inghilterra, si fa presente che per realizzare una gestione razionale dei boschi finalizzata al perseguimento di determinate tipologie forestali (composizione, struttura, ripartizione spaziale della rinnovazione, ecc.) si fa riferimento a particolari «sistemi selvicolturali», non certo ad una generica «selvicoltura», come viene intesa dai «silvo-sistemici».15
Dal momento che esiste una varietà enorme di «sistemi selvicolturali» ne vien fatta una classificazione generale, la quale si basa generalmente sulla successione temporale e sulla distribuzione spaziale della rinnovazione e sulle modalità di esecuzione dei tagli di utilizzazione in rapporto alla copertura del suolo.16

Il «sistema selvicolturale» rappresenta quindi il complesso delle procedure adottate per governare, trattare e curare i boschi, affinché, attraverso la realizzazione di una determinata struttura e composizione specifica dei popolamenti forestali, sia garantita la rinnovazione e il loro sviluppo ottimale, mettendoli in grado di fornire, con il minimo dispendio di energie, i prodotti forestali primari (legname) e secondari (NTFR – Non Timber Forest Resource) ed esplicare efficacemente specifiche funzioni ambientali (difesa idrogeologica, protezione ambientale, capacità ricreative, ecc.).
Ovviamente nello stabilire un programma degli interventi selvicolturali il tecnico forestale deve fare un calcolo economico per conoscere i tempi, i modi e i costi delle operazioni previste e la loro convenienza economica. Q
uesti aspetti non possono essere ignorati o trascurati, perché generalmente si opera in condizioni ambientali difficili (ridotta accessibilità ai popolamenti forestali, terreni inidonei all’uso di macchinari, carenza di maestranze addestrate, stretti tempi di esecuzione dei lavori, ecc.), con disponibilità finanziarie limitate a fronte di redditi, futuri o immediati, incerti o non esattamente quantificabili.

Zavattieri_Boscaioli_Piave

Zavattieri, boscaioli del Piave

La selvicoltura non è un’attività hobbistica, ma un duro impegnativo lavoro, assai aleatorio per i benefici che può arrecare a tagliaboschi, maestranze, proprietari boschivi e anche all’industria di trasformazione.  È quindi indispensabile considerare la «selvicoltura»  un’operazione e un’attività a lungo termine, elaborando dei piani di intervento che tengano conto sia della qualità e delle caratteristiche dei prodotti legnosi ottenibili e dell’eventuale remunerazione derivante da altri benefici offerti dal bosco.17

Il selvicoltore deve prevedere quali possano essere gli effetti prodotti dagli interventi sulla biocenosi boschiva (rinnovazione, difesa da agenti biotici ed abiotici nocivi, accrescimento, composizione, struttura del soprassuolo, ecc.), predisponendo un «piano», un «programma gestionale», un «sistema selvicolturale», che consenta di valutare (almeno a grandi linee) la convenienza ed efficacia degli interventi al fine di conseguire una adeguata remunerazione per il lavoro svolto,  valorizzando nel contempo il patrimonio forestale.
Questi aspetti sono trascurati dai «silvo-sistemici», i quali ipotizzano di intervenire nella cura dei boschi attraverso un sistema di
“tentativi ed eliminazione degli errori” (Trials & Errors) e di conseguire attraverso un’ispirata capacità di interpretare le “esigenze” del bosco, uno sviluppo ottimale e continuativo.18
L’approccio per “prova ed errore”, come dice Anfodillo, «ha fornito, in passato, anche indicazioni importanti ma che, ora, sta diventando via via sempre meno utile».
Allo stato attuale delle conoscenze scientifiche e delle applicazioni tecniche per la gestione forestale, l’indicazione di far ricorso al metodo della «prova e dell’errore» comporta il ritorno alle pratiche empiriche, la rinuncia alla ricerca scientifica, la mistica attesa della provvidenzialità della natura che benignamente risolve i problemi forestali.
«Il vicolo cieco imboccato dalla selvicoltura sistemica risulta evidente: negando la possibilità da parte del gestore di immaginare e seguire specifici modelli strutturali non resta che la possibilità di lasciarlo completamente libero senza alcuna indicazione tecnica se non quella di valutare il risultato a posteriori (con significativa probabilità di compiere errori). La selvicoltura sistemica sembra alzare bandiera bianca di fronte alla possibilità dell’uomo di comprendere il funzionamento della foresta, che diviene, quindi, realtà inattesa ed imprevedibile».19

Nelle sue linee generali, il regime vincolistico vigente per i boschi regolati dalle “Prescrizioni di massima” rispondeva a questa esigenza di gestire razionalmente, cioè in modo rispondente sia a criteri di funzionalità e di scientificità, ma anche di equilibro tra esigenze contrastanti, il patrimonio forestale: “mantenendo il rispetto per il reddito del proprietario e per le scelte imprenditoriali, salvo situazioni speciali”.20
La selvicoltura, come ripetutamente ed unanimemente riconosciuto, presuppone che gli interventi siano effettuati in conformità a un’analisi scientifica dell’ecologia e dell’auto-ecologia delle specie, dei caratteri strutturali ed evolutivi dei popolamenti, delle condizioni climatico-ambientali, stazionali e sociali.
Per descrivere il complesso di pratiche colturali scientifiche, dirette a migliorare le condizioni vegetative e a preservare le caratteristiche ecologiche e funzionali del bosco si fa riferimento alla “gestione o conduzione del bosco o della foresta”. Questa gestione si accompagna a precise regole economico-finanziarie per conseguire – con il minimo dispendio di capitale e lavoro – le risorse richieste. In tal modo, si evita di confondere le pratiche (selvi)colturali, «selvicoltura» propriamente detta, con i modi di gestione del bosco o, addirittura, con l’assestamento forestale, cioè con la pianificazione delle modalità di gestione di uno specifico ben definito popolamento forestale.21

Per la selvicoltura del Novecento, il problema fondamentale è stato quindi quello di mettere a punto dei «sistemi selvicolturali» che, in base alle variabili condizioni locali e alle diverse tipologie dei soprassuoli boschivi, potessero garantire la loro persistenza nel tempo (rinnovazione naturale o artificiale, difesa fitosanitaria e da alti fattori abiotici), l’ottimizzazione della produzione (elevata e costante fornitura di materia prima), la possibilità di trasformare la composizione specifica (alternanza di specie, miglioramento qualitativo e quantitativo dei prodotti, ecc.) e la salvaguardia dell’ambiente circostante (feracità del suolo, risorse idriche, fauna selvatica, ecc.).
Questi «sistemi selvicolturali», che tipicamente traevano origine da osservazioni empiriche dei caratteri stazionali e della struttura e composizione del soprassuolo in rapporto alla rinnovazione e alla crescita, sono stati definiti e formalizzati attraverso indagini ecologiche sperimentali e studi fisico-biologici e naturalistici condotti da rinomati ricercatori forestali.22
In base ai risultati ottenuti nella rinnovazione, nella crescita delle singole piante e nelle caratteristiche del soprassuolo (stabilità, composizione specifica, ripartizione dimensionale, ecc.) e ai successi ottenuti a livello locale, un particolare «sistema selvicolturale» poteva essere applicato ed esteso su aree geografiche più vaste regionali o addirittura globali, come il “taglio successivo” o “progressivo”.23
Per le «fustaie»24  si possono schematicamente enumerare i seguenti «sistemi selvicolturali» (Fig. 125), che hanno avuto nel corso del tempo, in base alle esperienze acquisite in diverse condizioni ambientali, una vasta articolazione tipologica.

H. Mayer_Sistemi selvicoltural_Waldbau

Esistono varie classificazioni gerarchiche dei «sistemi selvicolturali», basate sulla tipologia delle formazioni forestali (tipo di governo, composizione specifica, struttura, ecc.), sulle modalità di utilizzazione, sulla potenzialità riproduttiva e su altre condizioni ambientali (stabilità del terreno, condizioni climatiche, accessibiltà, ecc.). Le classificazioni si basano generalmente sulle modalità dei tagli di utilizzazione (estensione e periodicità), sul tipo di protezione esercitata dal soprassuolo sulla rinnovazione, naturale o artificiale, sull’abbondanza e periodicità di disseminazione, di germinazione e di attecchimento dei semenzali.

Un sistema largamente diffuso di trattamento delle fustaie è stato quello del «taglio raso» («Kahlschlag»26; «coupe rase», «coupe à blanc», «coupe à blanc-étoc»27;  «clear-felling», «clear-cutting»28).
La pratica del “taglio raso”, tuttora largamente diffusa nelle piantagioni e in alcuni regioni densamente forestate dove è possibile l’impiego di sofisticati sistemi meccanici di taglio ed esbosco, ha in molti paesi europei  dei limiti di applicazione soprattutto per quanto riguarda l’estensione e le caratteristiche del terreno in cui si opera. L’estensione media della tagliata per fustaie a rinnovazione artificiale di conifere montane non dovrebbe superare 2,5 ettari.
In alcune regioni questo trattamento è vietato dalle prescrizioni di massima, ad esclusione dei popolamenti con problemi fitosanitari e per quelli artificiali destinati alla produzione di legno (arboricoltura). Il “Piano Territoriale Paesistico Regionale” della Lombardia, ad esempio, vieta il trattamento a taglio raso su superfici accorpate superiori a 5.000 mq. (circa 6 pertiche piacentine). Nel Veneto lo si permette solo nelle piantagioni o in particolari soprassuoli per ragioni fitopatologiche.29
In Piemonte si parla di tagli a raso in aree dell’estensione massima di 3.000 mq.30
Si potrebbe continuare esaminando il farraginoso complesso di regolamenti, prescrizioni, ingiunzioni, “grida” contraddittorie, singolari, spesso prive di razionalità tecnica, ma tese a complicare l’opera dell’imprenditore e del tecnico forestale, dando all’opinione pubblica l’idea di un controllo efficace delle utilizzazioni forestali (in gran parte inesistente).
Il quadro che emerge da questi regolamenti è una mancanza di rigore nell’identificazione delle procedure, delle entità naturali e dei soggetti interessati dagli interventi e l’assenza di ogni coordinamento tra amministrazioni diverse, anche se agiscono sul medesimo territorio. Con questo non si intende auspicare che gli interventi selvicolturali, soprattutto quelli riguardanti le utilizzazioni, siano lasciate all’arbitrio dei singoli soggetti utilizzatori, ma si vuol sottolineare che le limitazioni d’uso, come la regolarizzazione di ogni altro intervento selvicolturale, devono basarsi su norme tecnico-scientifiche ed operative vincolanti, fondate su oggettivi indicatori ambientali (franosità, regime idrico, caratteri pedologici, climatici, paesaggistici, ecc.), evitando che ogni amministrazione locale applichi criteri di utilizzazione del bosco privi di ogni giustificazione tecnico scientifica, introducendo vincoli del tutto inutili ai fini di una gestione razionale del patrimonio forestale e naturale. Vincoli finalizzati unicamente a rassicurare l’opinione pubblica, la quale invoca costantemente una mitica «conservazione della natura» senza preoccuparsi degli aspetti economici ed amministrativi che ostano a questi desideri.
Mediante una legge o un regolamento di salvaguardia del bosco o di ogni altro bene ambientale si pensa che il problema sia risolto, ma raramente si riflette sul deplorevole stato tecnico, operativo e finanziario di molte amministrazioni ed istituzioni preposte alla salvaguardia del patrimonio ambientale, le quali non sono oggettivamente in grado di applicare quanto stabilito dal punto di vista amministrativo.31

A livello internazionale le indicazioni sulle modalità e sull’entità dei “tagli rasi” sono più precise. In Svizzera per taglio raso si intende l’allontanamento di tutti i soggetti di dimensioni diametriche superiori ad 8 cm (DBH) su una superficie minima di 0,5 ha, nel caso in cui la rinnovazione precedente sia inferiore al 30%.32
In Austria la dimensione di un “taglio raso” non deve superare in larghezza 50m per una lunghezza di 600m oppure, se supera la larghezza di 50m, avere una estensione superiore a 2 ettari. Prerequisito per l’esecuzione del «taglio raso» è che questo non abbia effetti negativi sulla fertilità e stabilità del terreno, non pregiudichi il tenore idrico del suolo in modo sostanziale o permanente, non causi un dilavamento o un accumulo di detriti oppure contrasti con le esigenze di protezione o di riserva esistenti.33
Ritengo non sia opportuno polarizzare l’attenzione unicamente sull’estensione dei tagli rasi. È indispensabile stabilire delle norme generali o degli standard di trattamento tassativi per specifici comprensori territoriali, perché, dal punto di vista conservativo o di razionale uso delle risorse forestali, è certamente più efficace predisporre dei piani di gestione legati ad una analisi dei caratteri statici ed evolutivi delle diverse formazioni forestali in relazione all’ambiente e alle condizioni economico-sociali del territorio interessato.
Pensare di gestire i boschi attraverso delle norme generali regionali o statali non supportate da un’analisi ambientale rigorosa e in assenza di una rete competente di istituzioni tecniche ed amministrative in grado di valutare, oggettivamente e con continuità lo stato delle risorse forestali, significa lasciare immutata l’attuale situazione di incontrollato uso o di abbandono dei boschi e del territorio.
Ogni discussione scientifica sulle modalità di far selvicoltura assume di conseguenza un carattere astrattamente accademico, voci impotenti nell’imporre un controllo e una gestione efficace delle risorse naturali, in grado solo di emettere “grida” o proclami destinati a restare lettera morta. Se a questo aggiungiamo, come auspicano alcuni movimenti ecologisti, anche la necessità di realizzare una «selvicoltura sostenibile» (senza mai precisare che cosa si intenda per “sostenibilità”) imponendo, oltre ai vincoli già esistenti, anche quelli derivanti dal dover far fronte ai mutamenti climatici, alla salvaguardia della biodiversità e ad altre esigenze globali di difesa del pianeta terra, possiamo tranquillamente proporre un esproprio generalizzato dell’ecosistema «bosco», con buona pace dell’economia forestale nel suo complesso. Giustamente Bernetti osserva che se si «… considera il valore del bosco non in funzione di questa o quella particolare utilità, ma per sé stesso ed in sé stesso indissolubilmente legato come è [il bosco] alle forme di vita del nostro pianeta ed alla qualità della nostra stessa esistenza», allora bisogna «… confiscare tutti boschi in quanto beni demaniali che solo lo Stato può possedere».34
Anche se è problematica una ripresa del mercato e dell’industria del legno (tranne forse per i cedui destinati ormai alla produzione di biomassa a scopi energetici), i problemi economici ed ambientali delle aree montane devono essere affrontati seriamente, cessando di trastullarsi con la politica dei “pii desideri” (wishful thinking) o con i consueti piagnistei sulla limitatezza delle risorse (peraltro abbondantemente fagocitate dalla diffusa corruzione ed inefficienza dei servizi) con una realistiche, razionali iniziative, esenti da ” ideologico inquinamento”. Questo vale ovviamente anche per la selvicoltura, la gestione dei boschi e per la ricerca e l’insegnamento forestale. Penso però che queste proposte siano utopiche e velleitarie in una società come la nostra, dove è di regola l’accaparramento individuale dei beni pubblici o la loro mala gestione.

Taglio successivo schermato (Schirmschlag)

Fasi del Taglio successivo con copertura omogenea – Faggeta (Ablaufschema eines gleichmäßigen Schirmhiebes – Buchenbestand) [ Vorlage der Abb.: Burschel, Peter ; Huss, Jürgen: Grundriß des Waldbaus. — 2., neubearb. und erw. Aufl. — Berlin : Parey, ©1997. — ISBN 3-8263-3045-5. — S. 126. Payer, Margarete : Materialien zur Forstwissenschaft. — Kapitel 4: Waldbau und Forst.]. Fasi del trattamento – Durata da 10 a 30 anni. (Ablaufphasen Gesamtdauer 10 bis 30 Jahre): I = Popolamento vecchio piena copertura (geschlossener Altbestand); II = Taglio di preparazione (Vorbereitungshieb); III = Taglio di sementazione (Besamungshieb); IV = Taglio di apertura – illuminazione (Lichtungshieb); V = Taglio di sgombero (Räumungshieb); VI = Rinnovazione (Verjüngung).

Il “taglio con copertura” («Schirmschlag»,  «Schirmhieb»36) oppure come “taglio saltuario schermato”. Esso individua un tipo di utilizzazione in cui il grado di copertura esercitata dal soprassuolo viene progressivamente ridotto attraverso il prelievo di individui arborei – singoli o a gruppi.37.
Data la varietà e la complessità di questo sistema di trattamento, nel quale la rinnovazione del soprassuolo avviene progressivamente (contrariamente al «taglio raso» dove essa dovrebbe concretizzarsi immediatamente dopo l’asportazione del soprassuolo), si preferisce adottare il termine di «sistema di tagli di rinnovazione successivi associati ad una copertura del soprassuolo».38
I «tagli di rinnovazione» possono riguardare l’intera area della «compresa»39 oppure interessare  aree, più o meno estese, del popolamento localizzate dove si ipotizza la possibilità di un favorevole insediamento della rinnovazione.

Taglio successivo di margine (Saumschlag)

Taglio successivo di margine – Schema del procedimento (Taglio raso Picea). (Saumschlag – Ablaufschema eines Saumschlages (Kahlhieb, Fichte) [ Vorlage der Abb.: Burschel, Peter ; Huss, Jürgen: Grundriß des Waldbaus. — 2., neubearb. und erw. Aufl. — Berlin : Parey, ©1997. — ISBN 3-8263-3045-5. — S. 162] Payer, Margarete : “Materialien zur Forstwissenschaft” Kapitel 4: Waldbau und Forst. — Fassung vom 28. Januar 1998.

La rinnovazione può essere distribuita uniformemente su tutta la superficie, come nel caso del “taglio raso” (Kahlschlag), oppure formarsi “a gruppi” (Gruppen-schirmschlag) oppure essere localizzata in prevalenza ai margini del popolamento (Saum-schlag o Saum-schirmschlag40).

Oltre alla densità della copertura esercitata dalle chiome delle piante lasciate in piedi, si prende in considerazione anche il tipo e le modalità di schermatura del suolo (distribuzione spaziale delle piante rilasciate dopo l’utilizzazione), perché in tal modo si regola la quantità di radiazioni e di precipitazioni che giungono al suolo.
Nel «trattamento a tagli successivi a strisce marginali» (Blendersaumschlag41), i tagli sono schermati dal soprassuolo restante in modo da evitare eccessiva illuminazione e disseccamento del terreno (direzione  E – W, avanzando da N a S). La localizzazione della rinnovazione è a strisce (Blenderstreifenschlag), più o meno ampie,  oppure ai margini del soprassuolo (Blendersaumschlag).  Nel caso di “tagli saltuari a strisce e a gruppi” (Femelsaumschlag) la distribuzione a strisce è associata a gruppi di individui arborei (generalmente di modesta estensione) localizzati ai margini del popolamento.
La numerosità di varianti nel sistema di tagli successivi, spesso associati a tagli saltuari, testimonia l’estrema flessibilità dei «sistemi selvicolturali» e l’assenza di ogni rigido, predefinito modo operativo, poiché la coltura del bosco (selvicoltura) si basa su un’attenta analisi dei caratteri sin- e auto-ecologici delle diverse formazioni forestali e non su astratte ipotetiche regole universali.
L’affermazione quindi del professor Ciancio, che la «maggior parte dei selvicoltori ed ecologi forestali … basano il loro operare sul realismo dogmatico, senza rendersi conto che … l’ordine razionale del bosco, cui tende la selvicoltura classica, raffigura il massimo del disordine naturale», denota semplicemente una totale mancanza di rigore storico e scientifico.42

Spesso negli scritti di selvicoltura si è impiegato il termine “Femelschlag43 e “Plenterung44  come sinonimi denotanti un sistema selvicolturale basato su «tagli saltuari», che portavano quindi all’edificazione di soprassuoli stratificati di età diversa, in base al progredire della rinnovazione naturale.

Plenterwald - Bosco disetaneo Svizzera (foto Pro Silva Helvetica - Hespa)

Plenterwald – Bosco disetaneo Svizzera (foto Pro Silva Helvetica – Hespa)naturale.

Questo tipo di prelievo degli individui maturi o necessari per qualche specifico uso temporaneo è stato applicato (e, in alcuni casi, è tuttora in voga) in modo empirico attraverso i secoli senza una precisa distinzioni tra queste due forme di gestione dei popolamenti forestali. Di qui la confusione terminologica delle due forme di utilizzazione saltuaria del bosco: Femel- e Plenter-(betrieb). Gayer affermava: «…per evitare confusione di idee, preferisco quindi utilizzare la definizione rinnovazione a “nuclei“  o a “gruppi“ (Horst- oder Gruppen-weise Verjüngung45), per questa specifica concezione, almeno fino a quando la designazione «rinnovazione per tagli saltuari» (femelschlagweise Verjüngung) rimane ambigua».46
Il sistema delle utilizzazioni per piede d’albero, selezionando gli individui particolarmente richiesti dal mercato (Plenter-betrieb47), è sempre stato un sistema empirico largamente diffuso soprattutto nelle regioni con un regime proprietà forestale frammentato e di tipo familiare, in quanto forma di risparmio destinata far fronte a spese straordinarie o a momenti di crisi.
Questo sistema di prelievo noto anche come «sistema olandese di tagli» (Dutch cuttings) era anche largamente applicato per approvvigionare l’industria navale di alberi di abete bianco e picea di grosse dimensioni oppure per per particolari assortimenti di faggio e querce. Di questo sono testimonianza anche gli inventari e i provvedimenti di gestione dei boschi della Repubblica Veneta e di altre potenze marittime.

Con il termine “Femelschlag” si intende attualmente un sistema di gestione delle foreste ad altofusto, basato su un regime di «trattamento a tagli saltuari» mediante il quale il singolo complesso forestale viene curato in base al suo grado di sviluppo e la rinnovazione si realizza a piccoli gruppi, che vengono ampliati progressivamente in base alla loro distribuzione spaziale.48
Questo forma di trattamento basata su tagli «saltuari»49  prevede il prelievo di piccoli gruppi (o anche di singoli individui) in base alla maturità raggiunta o al tipo di assortimento legnoso desiderato. Esso comporta quindi una distribuzione cronologica delle piante in classi di età legate alla frequenza degli interventi, alle capacità di rinnovazione delle singole specie, alla tipologia del popolamento e alle condizioni stazionali in cui si opera.

Taglio saltuario (Femelschlag)

Taglio saltuario di latifoglie e conifere (Laub-Nadelwald Femelschlag) [ Vorlage der Abb.: Burschel, Peter ; Huss, Jürgen: Grundriß des Waldbaus. — 2., neubearb. und erw. Aufl. — Berlin : Parey, ©1997. — ISBN 3-8263-3045-5. — S. 128. Payer Margarete, Materialen zum Forstwissenschat]. Le fasi di intervento (Ablaufphasen) nei tagli saltuari sono:  I = Popolamento maturo (Altbestand); II = Taglio saltuario per enucleare gruppi di piante per la schermatura delle specie sciafile (Femelhieb zur Schaffung von Gruppenschirmstellungen für Schattenbaumarten); III = Prelievi di contorno (Rändelungshiebe); IV = Ulteriori tagli di contorno (weitere Rändelungshiebe); V = Tagli di asportazione (Räumungshiebe); VI = Rinnovazione (Verjüngung).

Il «Femelschlag» è una forma particolare di lunga durata di copertura permanente del terreno caratterizzata dal prelievo degli alberi di maggiori dimensioni e rappresenta una forma intermedia di trattamento, in cui si possono trovare tutte le gradazioni di copertura del suolo, dalla copertura schermata (Schirmschlag) al sistema di taglio saltuario per piede d’albero (Plenterbetrieb).

Va anche ricordato che in alcuni casi nelle fustaie, soprattutto di latifoglie o conifere eliofile, si applicava un sistema selvicolturale a “due piani” (Zweihiebiger Hochwald, Futaie à double Étage, Two-storied High Forest), che consisteva nell’esecuzione di forti tagli di diradamento eseguiti all’approssimarsi o al raggiungimento dell’età media del popolamento, con il rilascio di un certo numero di piante da seme in modo da formare due piani vegetativi. La rinnovazione poteva essere naturale o mediante impianto di specie sciafile, che venivano lasciate crescere fino o oltre il taglio di utilizzazione dello strato vegetazionale sovrastante. Questo sistema, conosciuto  in Francia ancor prima dell’ordinanza di Colbert (1669), come metodo “Tire et aire” ha trovato nell’ottocento un rinnovato interesse e diffusione.50

Area di saggio Dürsrüti

Foto: Andreas Zingg (WSL), Area di saggio Dürsrüti: : Abete bianco (Tanne 5175) BHD 132 cm, Altezza 45 m, Volume 25,6 m3.

Prima della metà del secolo XVIII l’utilizzazione del bosco basata sul prelievo dei soggetti desiderati senza alcun controllo o piano di raccolta è stata designata in modo indifferenziato con i termini «Femelschlag» e «Plenterung». Nessuna meraviglia quindi se questi termini (Femel & Plenter) ingenerassero confusione ed avessero nel complesso una connotazione negativa, in quanto indicanti il disordine e la mancanza di controllo nelle utilizzazioni forestali. Verso la metà del XIX secolo, quando divenne impellente, soprattutto in Centro Europa, la necessità di recuperare le foreste degradate dalle utilizzazioni eccessive e dai danni da pascolo per disporre di consistenti quantità di legname per l’industria in rapida crescita, si introdussero dei sistemi di controllo delle utilizzazioni mediante la suddivisione dei boschi in aree equi-produttive (metodo particellare), oppure mediante tagli a raso finalizzati alla realizzazione di una distribuzione sufficientemente regolare di classi cronologiche.

Il divieto applicato nel Baden (1833) e in Francia (1827) di utilizzare i boschi per piede d’albero (Plenterung), privilegiando i «sistemi selvicolturali» in grado di edificare fustaie coetanee o con una ripartizione cronologica ben definita degli individui, preferibilmente di un’unica o di poche specie, rispondeva a questa esigenza di disporre con regolarità di consistenti approvvigionamenti legnosi, evitando una eccessiva frammentazione dell’offerta di materia prima necessaria per l’industria. Anche il sistema a «tagli saltuari» venne quindi regolato con maggior attenzione, trovando applicazione  sopratutto nei boschi misti di abete bianco dell’area alpina e prealpina.
I vantaggi di questo sistema di trattamento sono stati messi in evidenza in numerosi studi: maggiore resistenza al vento, adattabilità a vari usi, flessibilità negli interventi, resilienza e produzioni legnose delle conifere più elevate rispetto alle latifoglie, in particolare del faggio consorziato all’abete.
L’applicazione di questo sistema richiede però una migliore preparazione professionale ed una tempestività di intervento che si protrae per un arco temporale piuttosto lungo (40-50 anni) rendendo difficoltosa una stima del rapporto costi/benefici.51

Biogradska Suma

Faggeta vergine Biogradska Suma Parco Nationale “Biogradska Gora” – Montenegro. Foto Snežana Trifunović, agosto 2007.

Si potrebbe proseguire questa breve descrizione dei «sistemi selvicolturali» analizzando anche i metodi di utilizzazione per i cedui: «Cedui semplici»52; «Cedui a sterzo»53; «Cedui matricinati»54. Si dovrebbe proseguire analizzando i «sistemi selvicolturali» applicati per i cedui “composti”, “invecchiati”, “a sgamollo”, “a capitozzo”, e le tante altre forme di trattamento selvicolturale applicate in funzione della tipologia boschiva, della composizione specifica, dei caratteri pedo-climatici, ambientali e delle finalità da perseguire.
Se si aggiungono i vari sistemi selvicolturali applicati nella gestione dell’agroforesteria55, dei numerosi tipi di pascolo, delle varie tipologie forestali, delle conversioni, dei nuovi impianti, della «selvicoltura urbana», ecc. possiamo avere forse un quadro più realistico della complessità delle pratiche selvicolturali e dei modi di gestione dei boschi.

La numerosità e varietà di «sistemi selvicolturali» applicati in soprassuoli diversi per composizione, struttura, stato vegetativo, ecc., e ampiamente diffusi in regioni ecologicamente diverse, dimostra come i modi di far «selvicoltura», fin da tempi remoti, siano stati adattati in modo da favorire un maggior e stabile apporto di benefici da parte del bosco e un minor dispendio di energie.
I «sistemi selvicolturali» – nel loro sviluppo storico e geografico – rappresentano probabilmente gli indicatori più efficaci del rapporto tra pratiche selvicolturali e loro adattabilità e compatibilità con condizioni ambientali locali dei boschi.
In effetti, un «sistema selvicolturale» valutato come metodo di gestione appropriato per determinati tipi di boschi e in certe condizioni ambientali, veniva esteso a regioni più vaste, assumendo denominazioni geografiche o macro-ambientali diverse (es. Femelschlag bavarese, Femelschlag svizzero, del Baden, ecc.).
Di qui l’impossibilità e l’inammissibilità di catalogare la «selvicoltura» in base a generici indirizzi economici («selvicoltura finanziaria») o secondo diversi gradi di “naturalità” («selvicoltura su basi ecologiche», «selvicoltura naturalistica», «selvicoltura su basi naturali»), perché queste denominazioni dichiarano solamente quale sia l’indirizzo d’azione senza dar conto delle procedure e i modi adottati per gestire e curare nel tempo i boschi. Si tratta inoltre di denominazioni indicanti spesso uno specifico approccio etico, filosofico e, talvolta, anche ideologico, al modo di far selvicoltura più che di una caratteristica tecnica inequivocabilmente definita. Basti pensare alle esili differenze esistenti tra una «selvicoltura naturalistica» (Natur-gemäß56) o una «selvicoltura vicina alla natura» (Natur-nah57). Risulta problematico anche stabilire quale sia la differenza tra queste forme di selvicoltura e quella che viene indicata come «selvicoltura su basi ecologiche»58 Spesso poi questi indirizzi selvicolturali, più o meno “ecologici” o “naturali” vengono classificati tout court «selvicoltura sostenibile» o «gestione forestale sostenibile» senza preoccuparsi di specificare in che cosa consista la “naturalità”, la “sostenibilità”. Insomma una “babele” terminologica, dove ogni autore cerca di sottolineare un aspetto rilevante del sistema selvicolturale proposto, basandosi su attributi non rigorosamente definiti.

Questa sommaria digressione sui «sistemi selvicolturali» e sulle «scienze forestali» serve a chiarire che è improprio e piuttosto riduttivo catalogare la «selvicoltura», come «finanziaria», «selvicoltura su basi ecologiche», «selvicoltura naturalistica» e «selvicoltura su basi naturali», perché in questo modo si sottovaluta l’impegno operativo dei tecnici che devono affrontare molteplici problemi assai complessi di gestione del patrimonio forestale, senza peraltro apportare alcun contributo conoscitivo per la pratica operativa.
La gestione del bosco richiede un serio studio analitico dei caratteri ecologici, dei problemi sociali, economici ed operativi dell’ambiente in cui si opera e tutto questo non può certo realizzarsi con improvvisate schematiche formulazioni selvicolturali. Lo schema proposto dal professor Ciancio per descrivere gli indirizzi della «selvicoltura classica», ripartita nelle categorie: «finanziaria», «su basi ecologiche», «naturalistica», «su basi naturali», oltre a denotare una concezione riduttivistica della «selvicoltura», utilizza termini e  a categorie personalistiche, del tutto estranee alla dottrina forestale.

Ciancio_Selvicoltura

Ciancio O., Tipi di selvicoltura

Taglialegna_Sardegna

Raccolta legna, Sardegna 1974

Con l’apodittica affermazione che la «selvicoltura classica», ha come unico fine la “produttività, resa e valore” (senza peraltro specificare il significato di questi termini) si dà per scontato che gli interventi selvicolturali prescindano dalle caratteristiche ecologiche ed ambientali in cui si opera (vedi riquadro iniziale del grafico).
La «selvicoltura finanziaria» e la «selvicoltura su basi ecologiche» mirano alla realizzazione di un «bosco coetaneo» attraverso il «taglio raso» o il «taglio successivo». È ben vero che non si può condurre una critica sulla base di un diagramma esplicativo, ma è altrettanto indiscutibile che la definizione di «selvicoltura finanziaria»59  è schematica, unilaterale poiché include forme diversissime di gestione delle foreste in rapporto ai soggetti che esercitano le attività selvicolturali, al regime di proprietà boschiva e al tipo di sviluppo sociale ed economico della regione in cui si opera.
Nella definizione del turno60 di un popolamento forestale non sempre si ricorre al «turno finanziario» 61, ma può essere più conveniente per la gestione di un particolare popolamento forestale adottare un «turno fisiocratico»62 oppure al «turno economico»63  oppure a speciali «turni tecnici»64  mediante i quali quali si possono ottenere dal soprassuolo determinati assortimenti legnosi imposti dalle necessità del proprietario o da particolari richieste del mercato.
L’applicazione di un turno di utilizzazione dei popolamenti forestali non è mai rigidamente determinata, ma si adatta in genere alla periodicità degli interventi (sia definitivi che transitori) alle condizioni di mercato, al costo del lavoro e agli obbiettivi che si vogliono perseguire per quel particolare complesso forestale65.
Nel suo libro sul “Tasso del frutto delle fustaie a lento accrescimento”66 Patrone individua “due tipi di fustaie, che si differenziano soprattutto per il modo di rinnovarsi, di perpetuarsi nel tempo: la fustaia coetanea e la fustaia disetanea”. Quella coetanea può essere tipica, perché formata da alberi tutti della stessa età, in quanto derivanti da un taglio raso seguito da un impianto artificiale, e quella conseguente a tagli successivi. Per queste tre tipologie di fustaie vengono definiti, in relazione all’accrescimento, alla feracità del suolo, al tipo di composizione specifica, i turni di utilizzazione più vantaggiosi in rapporto alla domanda di assortimenti legnosi e ai costi di utilizzazione. Si tratta di uno studio molto dettagliato e rigoroso dal punto di vista matematico-finanziario, riguardante sia le esperienze italiane che quelle centro-europee. Il problema dell’epoca economicamente più vantaggiosa di utilizzazione dei boschi è stato, anche per gli studiosi forestali italiani, di grande rilievo ed è quindi opinabile che nella gestione dei boschi (fustaie e cedui) sia prevalsa un’impostazione di tipo meramente “finanziario”. Semmai si dovrebbe lamentare la carenza o l’inadeguatezza dell’applicazione di “piani economici”, le scarse indagini dendro-auxometriche delle formazioni forestali e il ridotto interesse per gli studi di mercato dei prodotti legnosi.

Dal Novecento in poi, i sistemi selvicolturali basati su una rigida applicazione del turno finanziario, dei tagli a raso e rinnovazione artificiale per l’impianto di popolamenti forestali coetanei mono-specifici (se si escludono le piantagioni per arboricoltura da legno) sono stati progressivamente abbandonati (almeno in Europa) e sostituiti da nuove forme di gestione dei boschi. Nel nostro Paese poi, come già osservava Patrone67  «Il turno finanziario, il ciclo che più conviene al produttore privato in vista di realizzare il massimo tornaconto, che pure potrebbe trovare larga applicazione anche nel caso di boschi di montagna, è sconosciuto, anzi, è posto all’indice». Non mi pare che la situazione sia cambiata e che i turni finanziari o fisiocratici trovino scarsa applicazione nella pratica selvicolturale non solo nel nostro Paese, ma anche nell’Europa Centrale dove erano diffusi un secolo fa.68
Va poi sottolineato che con i “tagli successivi” la rinnovazione avviene in un certo lasso di tempo e in effetti molto spesso si realizza un popolamento disetaneo a gruppi.
Non è poi chiaro perché per la «selvicoltura su basi ecologiche» si ipotizzi l’applicazione di un generico «taglio saltuario», mentre nella «selvicoltura naturalistica» si tiene conto che il «taglio saltuario» assume una serie di connotazioni («a gruppi», «a strisce», «a gruppi e strisce», «a cuneo», «orlo», ecc.) in rapporto alla capacità di disseminazione delle specie, alla possibilità di insediamento dei semenzali, alla tipologia del popolamento e a numerosi altri fattori biotici e abiotici.
Sostenere che il periodo di rinnovazione, arbitrariamente fissato in rapporto al «turno» è elemento caratterizzante la «selvicoltura su basi ecologiche» e quella «naturalistica» è illogico e schematico. Infatti, se si assume l’elemento “rinnovazione” come criterio per definire una determinata struttura del popolamento, dovremmo riferirci a quanto descritto da Gayer69:

  • Taglio raso (Kahlschlagbetrieb): Rinnovazione in un brevissimo lasso temporale (1 – 2 anni) in base alla capacità di disseminazione naturale degli alberi porta-seme oppure per impianto artificiale;
  • Taglio successivo (Schirmschlagbetrieb): Rinnovazione in un breve periodo di tempo (variabile da 1/5 a 1/4 del turno adottato per il popolamento) dopo il taglio di sementazione;
  • Taglio saltuario a gruppi (Femelschlagbetrieb): Rinnovazione in uno spazio temporale piuttosto lungo (più o meno 1/3 del turno adottato per il popolamento) dopo i tagli di utilizzazione o di sementazione;
  • Taglio saltuario per piede d’albero (Plenterschlagbetrieb): Rinnovazione continua in rapporto alle utilizzazioni e alle cure colturali esercitate su singoli (o un ridotto numero) soggetti arborei.

Appare evidente che si fa sempre riferimento a dei turni di utilizzazione, che corrispondono alla massimizzazione del valore commerciale del popolamento. Valore connesso alla tipologia del soprassuolo, degli assortimenti richiesti dal mercato e dal rapporto costi/benefici previsto per le utilizzazioni. Presupporre che allo stato attuale di mercato si faccia riferimento ad un “turno finanziario” per ogni tipologia forestale e per ogni situazione ambientale significa concepire la selvicoltura (poco importa se classica o sistemica) come un’attività meccanicistica, dettata da schemi rigidi, mentre si sa che questa attività è sempre stata caratterizzata da un flessibilità operativa che in altri tempi ha garantito anche nel nostro paese un certo reddito per le popolazioni montane.

La concezione di selvicoltura “prossima alla natura” (Close-to-Nature Silviculture, Naturnah-Waldbau, Sylviculture proche de nature, Próximo a la naturaleza) è stato sviluppato alla fine dell’ottocento da Gayer70  ed ha trovato da allora ampio consenso da parte dei tecnici forestali, che hanno contribuito ad adattare queste indicazioni alle specifiche situazioni operative. Ovviamente nel corso di questo lungo periodo sono emerse difficoltà, errori e ripensamenti che hanno contribuito a precisare le modalità applicative dell’obbiettivo di adattare le pratiche selvicolturali alle caratteristiche “naturali” e “culturali” delle biocenosi forestali. Adottando una visione “olistica” dei boschi e dell’ambiente, con una diuturna pratica operativa maturata anche dalle conoscenze empiriche via via acquisite, i forestali hanno progressivamente affinato le pratiche selvicolturali per garantire un buon continuativo sviluppo dei diversi tipi di boschi.

Disquisire in astratto se una «selvicoltura» sia più o meno “prossima alla natura”71  oppure si tratti di una «selvicoltura  su basi naturali», «confacente alla natura», «naturalistica»72 e magari creare una contrapposizione con la “selvicoltura ecologica” (come se la cura del bosco potesse prescindere dalle conoscenze derivanti dall’ecologia) ha un che di accademico e pedantesco.
Adottare delle classificazioni nominalistiche, senza indicare i parametri oggettivi, le modalità tecnico-operative e le situazioni socio-economiche e ambientali riferimento, è di scarso aiuto per i «selvicoltori», ma in compenso soddisfa i «conservazionisti» propensi a preservare le biocenosi forestali in “teche di vetro”, evitando di misurarsi con il problema di come conciliare «economia» ed «ecologia» in un sistema basato sul profitto. Per questo non sono certamente  sufficienti appassionati appelli all’etica comportamentale o a patetici richiami al senso di responsabilità, quanto piuttosto ad un realistico impegno politico per trasformare questo sistema economico-sociale.
Va anche ricordato inoltre che i termine originari tedeschi delle diverse tipologie di selvicoltura non sempre sono stati tradotti in modo coerente ed univoco. Come osserva un selvicoltore americano “alcune semplificazioni nella selvicoltura americana sono il risultato della traduzione in inglese di pratiche descritte precedentemente in tedesco”.73
Uno studio terminologico sull’impiego delle espressioni (termini) impiegati per descrivere i vari indirizzi della selvicoltura («selvicoltura naturalistica», «selvicoltura su basi naturali», «selvicoltura prossima alla natura», «selvicoltura su basi ecologiche», ecc.) condotto attraverso un esame della letteratura tecnica forestale ha posto in evidenza una forte componente ideologica alla base dell’uso di determinate espressioni, la quale ha trasformato certe designazioni in “slogan politici” privandole dell’originaria connotazione tecnico-scientifica.74
Se si esamina infatti la valenza conferita agli attributi («struttura del bosco», «obbiettivi forestali», «tipo di trattamento», «tecnica impiegata», «uso di pesticidi ed altri ritrovati chimici») si deve dedurre una sostanziale concordanza circa gli elementi (attributi) scelti dalle diverse forme (tipologie) selvicolturali. Varia il peso attribuito (nel tabulato si può notare una maggior enfasi – colore verde ± intenso) a certi attributi in rapporto alle esigenze di realizzare una maggiore o minore “protezione naturalistica” oppure una finalità più marcatamente “produttivistica” del bosco.

contesto_formale_forme_gestioneIn base a questo schema è stata eseguita un’analisi di come vari autori o amministrazioni forestali si collochino rispetto alle definizioni di «selvicoltura su basi naturali» (Naturnah-Waldbewirtschaftung), «selvicoltura naturalistico-protettiva» (Naturnah-Schutz-Waldbewirtschaftung), «selvicoltura conforme a natura» (Naturgemäß-Waldbewirtschaftung) o semplicemente «protezionistica» (Naturschutz) in base alla rilevanza attribuita agli indicatori (attributi) scelti per definire la «struttura», gli «obbiettivi», la «tipologia di trattamento», la «tecnica» utilizzata e l’uso di «prodotti chimici». A mio avviso, sarebbe, opportuno che si adottasse un analogo criterio per identificare in modo oggettivo i diversi indirizzi selvicolturali in modo da evitare degli “scontri” nominalistici sulle definizioni di «selvicoltura» adottate dai forestali del nostro Paese. Forse si potrà chiarire fino a che punto ci sia una oggettiva divergenza di indirizzo tra i sostenitori delle “tre selvicolture”: «selvicoltura su basi ecologiche», «selvicoltura naturalistica», «selvicoltura su basi naturali», tralasciando la «selvicoltura finanziaria», che andrebbe ribattezzata in «selvicoltura agronomica» (arboricoltura) o «selvicoltura basata sull’ordine e la regolarità dell’impianto» (Ordnungsgemäß), o «selvicoltura di tipo industriale».

Va in ogni caso sottolineato che alcuni contributi di studiosi forestali italiani sulla «selvicoltura naturalistica»75 testimoniano la correttezza dell’affermazione che «L’idea guida della selvicoltura naturalistica consiste nel beneficiare della conoscenza, acquisita in altri settori della scienza, per meglio definire i sistemi e i metodi di gestione del bosco». L’annotazione  successiva invece «Ciononostante essa resta sempre e comunque saldamente ancorata alla teoria del realismo economico»76, è un po’ paradossale, perché il fatto che la «selvicoltura naturalistica» sia “ancorata alla teoria del realismo economico” è certamente un aspetto positivo, perché la “pratica selvicolturale” non è una “operazione assistenziale” nei confronti del bosco.
È ovvio che i problemi economici delle utilizzazioni forestali (costi, ricavi, mercato, ecc.) debbano essere sempre considerati attentamente, sia da parte dell’utente, il quale deve trovare un’adeguata remunerazione, sia da parte della società, alla quale non debbono essere accollate “esternalità” negative derivanti da un uso inappropriato delle risorse ambientali. Ma  per questo occorre una “politica forestale o “ambientale” (se si preferisce) del tutto carente nel nostro infelice Paese, dove molto si discute sul problema «se nella gestione forestale l’economia deve prevalere sull’ecologia o se l’ecologia deve essere preminente rispetto all’economia»77,  sulla “Kielwasser Theorie”, sulla “sostenibilità”,  sui “cambiamenti climatici”, ecc. ecc., mentre si trascurano la “pervasiva corruzione” e l’inefficienza dei servizi e delle istituzioni preposte alla salvaguardia ambientale, la disoccupazione o la “finta” occupazione, la crisi economica e sociale che da una decina d’anni ci attanaglia, per non parlare di “globalizzazione”, di “migrazioni”, ecc. ecc.[/note]
Dovremmo prestar orecchio all’appello di Sangalli (200978)

lurlo-modificato

Edvard Munch (1893–1893), L’urlo (modificato)

Rimaniamo con i piedi per terra!
il mondo accademico continua ad essere davvero distante dai problemi reali delle nostre foreste, macinando disquisizioni teoriche che hanno poco a che spartire con la condizione dei nostri boschi, la poli-funzionalità e l’ecososteniblità sono concetti astratti, che non si traducono in azioni concrete”.

Egli prosegue affermando, sulla base di una lunga pratica e approfondita conoscenza del mondo forestale, che «… le utilizzazioni effettuate prescindono spesso da qualsiasi orientamento selvicolturale, essendo alla mercé di proprietari loro malgrado incompetenti, ovvero di ditte boschive sovente improvvisate, che badano solo a spremere la massima quantità di massa legnosa possibile; le infrazioni alle normative forestali regionali risultano frequenti, ma raramente segnalate e punite a causa della latitanza degli Organi di polizia addetti ai controlli».79

Si tratta come al solito di una voce (una delle tante) inascoltata, perché

Italo Calvino, Il barone rampante

Italo Calvino, Il barone rampante

Ora i miei «men che venticinque lettori» hanno certamente bisogno di una distensiva pausa, che può essere agevolata con l’ascolto di questa «Musica Rilassante per Dormire Profondamente: Canto di Uccelli nel bosco, Pioggia e Grilli Notturni», a cura di Natural Melody Relax, dove potranno trovare altri brani musicali per la meditazione o per conciliare il sonno.

  1. «La selvicoltura classica, quella che attualmente si insegna nelle università, è l’espressione teorica e pratica della concezione newtoniana secondo la quale le leggi hanno origine sperimentale. In selvicoltura, quindi, tutto sarebbe deducibile dai dati conseguiti sperimentalmente». Ciancio Orazio, 2009 – La ricerca in selvicoltura ed ecologia forestale: tra realismo dogmatico e conoscenza del bosco. Forest@ 6: 376-378.
  2. Chiedo venia al lettore, se adotto questo osceno termine introdotto da spregiudicati manipolatori del pensiero, che si è rapidamente diffuso nel linguaggio giornalistico e politico per la sua volgare carica distruttiva. L’uso di questo termine dovrebbe essere bandito in ogni discussione riguardante temi e tesi in cui si contrappongono visioni divergenti, ma è piuttosto comodo il ricorso a categorie dicotomiche e contrapporre in modo rigido e dogmatico principî, atteggiamenti o posizioni divergenti, come fossero espressioni inconciliabili ed identificabili come bene/male, vero/falso, ecc.. In tal modo le personalità dissenzienti o critiche nei confronti del «pensiero unico dominante» sono demonizzate e additate al pubblico ludibrio (costume assai frequente nei pseudo dibattiti dei mass media).
  3. Ciancio Orazio, 2010 – La teoria della selvicoltura sistemica: i razionalisti e gli antirazionalisti, le “sterili disquisizioni” e il sonnambulismo dell’intellighenzia forestale. Accademia Italiana di Scienze Forestali, Firenze, 51 p. Il titolo dell’articolo è un’esplicita conferma di quanto annotato in precedenza a proposito di contrapposizioni di tipo manicheo: uso sarcastico sdegnoso del termine “intellighenzia forestale”, riferito a quanti non condividono il nuovo paradigma «silvo-sistemico», le “sterili disquisizioni”, il “sonnambulismo”, i “razionalisti ed antirazionalisti”. Personalità e concezioni forestali schematicamente catalogate, indefinite nelle loro specifiche valenze, contrapposte agli «innovatori»: (selvicoltura classica/selvicoltura sistemica, bene/male, verità/errore, ecc.). Cfr. Sul Polemizzare.
  4. Mazzucchi Marcello, 2009 – La selvicoltura ed i suoi aggettivi. Sherwood n.150 Febbraio 2009, p. 28. Nel suo articolo egli prosegue dicendo: «Mi chiedo allora cosa mi può dare in più questa cosiddetta “selvicoltura sistemica”. Ben venga il confronto di idee che è pur sempre segno di vitalità culturale, ma il timore è che in questo modo ci si perda in sterili disquisizioni quando ben altre sfide concrete, importanti, impegnano oggi il mondo forestale».
  5. Questo tema è stato affrontato in vari articoli precedenti: Che cos’è mai la Selvicoltura: una Scienza, una Tecnica, un’Arte ? Primarie considerazioni; Che cos’è mai la Selvicoltura: una Scienza, una Tecnica, un’Arte ? Secondarie considerazioni.
  6. Assmann Ernst, 1970 – The Principles of Forest Yield Study. Pergamon Press, Oxford, New York, Toronto, Sidney, Braunschweig.
  7. Cosmacini G., 2008 – La medicina non è una scienza. Breve storia delle sue scienze di base. Raffaele Cortina Editore, Milano. Talvolta però la «medicina» sembra più interessata a curare la «malattia», piuttosto che il «malato» nella sua specificità vissuta.
  8. Silviculture: “A branch of forestry dealing with the development and care of forests “(Merriam-Webster). Meaning of Silviculture “the art and science of controlling the establishment, growth, composition, and quality of forest vegetation for the full range of forest resource objectives.
  9. Il termine «sistema selvicolturale» indica la modalità di gestione del bosco (trattamento del bosco – waldbaulicher Behandlung), che si pratica dalla fase di costituzione e durante la crescita fino all’utilizzazione finale del bosco.
  10. La citazione è tratta da Ciancio Orazio, 2007 – «Le definizioni della selvicoltura», ma l’indicazione di questi selvicoltori è diventata ormai una sorta di “imperativo categorico” per tutti i selvicoltori responsabili.
  11. A silvicultural system is a planned program of treatments during the whole life of a stand designed to achieve specific stand structural objectives. This program of treatments integrates specific harvesting, regeneration, and stand tending methods to achieve a predictable yield of benefits from the stand over time.
  12. Designato anche con i termini Waldbewirtschaftung o Waldbetrieb denota il criterio di gestione forestale dalla fase d’impianto, all’allevamento fino all’utilizzazione finale del soprassuolo – Als Waldbausystem (Betriebsart) bezeichnet man das Konzept waldbaulicher Behandlung, dem man von der Begründung über die Pflege (Erziehung) bis zur Nutzung folgt). Payer, Margarete: Materialien zur Forstwissenschaft. — Kapitel 4: Waldbau und Forst. — Fassung vom 28. Januar 1998.
  13. Il “sistema selvicolturale” è costituito dalle varie procedure che regolano la raccolta, la rinnovazione e la crescita della foresta – Les systèmes sylvicoles sont différentes démarches permettant de récolter, de régénérer et de faire croître une forêt.
  14. «Un système sylvicole donné couvre toutes les activités d’aménagement liées à la croissance des forêts, de la planification initiale jusqu’à la récolte, la plantation et l’éducation du nouveau peuplement».
  15. «Different objectives in forest management (e.g. conservation in an ancient semi-natural woodland vs. production of timber from a conifer plantation) are likely to lead to the adoption of different silvicultural systems.»
  16. «There are many different types of silvicultural systems and a broad classification can be made based on the pattern of regeneration and how the tree canopy is removed.»
  17. Come sinteticamente osservano i selvicoltori francesi: «L’aménagiste forestier considère un ensemble de facteurs écologiques, économiques et sociaux lorsqu’il choisit un système sylvicole».
  18. Ciancio, O. and Nocentini, S. (1996b) The scientific paradigm,`good silviculture’ and the wisdom of the forester. In: Ciancio, O. (ed.) The Forest and Man. Accademia Italiana di Scienze Forestali, Florence, pp. 259-270.
  19. Anfodillo Tommaso, 2009 – Le fragili fondamenta della selvicoltura sistemica. Forest@ 6: 274-276.
  20. Bernetti Giovanni, 2015 – Gestione dei boschi razionale o sostenibile ? Georgofili Info, 18/02/2015.
  21. Con il termine «Gestione del bosco», corrispondente a «Waldbewirtschaftung, Forstbetrieb»; «Aménagement forestière»; «Forest Management»; «Manejo forestal», s’intende l’applicazione del complesso di regole, pratiche selvicolturali, interventi e misure economiche dirette a conseguire determinati benefici dal bosco o scopi prefissati. L’«Assestamento forestale», («Aménagement planifié des forêts», «Forest Management Plan», «ForstBetriebs-regelung planung,-einrichtung») riguarda invece la pianificazione e il controllo degli interventi e delle utilizzazioni su un complesso forestale ben definito, per conseguire una produzione di beni materiali o immateriali, all’incirca costante e durevole nel tempo. In pratica, assestare un bosco significa, dotarsi di uno strumento di conduzione e di pianificazione, predisporre un sistema regolamentato di gestione e di controllo di un’area forestale ben individuata, per far sì che gli obiettivi prefissati per ottenere particolari prodotti o anche benefici di altra natura (Commodities) si possano realizzare in forma più o meno costante, nel corso un determinato periodo.
  22. Per una dettagliata spiegazione dei «sistemi selvicolturali» ci si può riferire a Dengler A., 1982 – Waldbau auf ökologiscer Grundlage. Paul Parey Verlag, Hamburg – Berlin, 5. Auflag; 1. Auflag, Berlin 1944. Troup R. S., 1966 – Silvicultural Systems – Second Edition edited by E. W. Jones. Clarendon Press, Oxford. 1 Edition 1928. Mayer H., 1984 – Waldbau auf soziologisch-ökologischer Grundlage. Gustav Fischer Verlag, Stuttgart, New York, 1 Edition 1976. Perrin H., 1963 – Sylviculture. Ecole Nationale des Eaux et Forêts, Nancy.
  23. Il trattamento a “tagli (prelievi) successivi” (Strip System; Système de coupe progressive; Schirmschlag), consiste nell’utilizzazione totale del soprassuolo in più tempi, a distanza di qualche anno, in modo che la rinnovazione si insedi sotto parziale copertura degli alberi appartenenti al ciclo precedente. (Piussi P., 1981 – Ecologia forestale e selvicoltura generale. Opera Universitaria, Firenze, p. 112.
  24. Soprassuoli in cui oltre due terzi della copertura arborea è costituita da soggetti nati da seme o derivanti da piantumazioni. Si distinguono varie fasi cronologiche e di sviluppo (novelleto, spessina, perticaia, fustaia adulta, fustaia matura, fustaia stramatura); vari tipi di struttura (tipo di stratificazione nello spazio aereo del soprassuolo) – monoplana, biplana e multiplana; diverse tipologie vegetazionali e forme di trattamento.
  25. Mayer Hannes, Waldbau auf soziologisch-ökologischer Grundlage. Gustav Fischer Verlag, Stuttgart, New York, 1984.
  26. “Gli alberi del soprassuolo da rinnovare sono tagliati in un unico intervento oppure in rapida successione temporale, adottando delle misure per la rinnovazione solo in seguito alla rimozione del soprassuolo. Dopo una adeguata preparazione del terreno, esse consistono, nella semina o nell’impianto di semenzali oppure quando si tratti di piccole tagliate oppure si rilasciano delle piante stramature con semi leggeri (“alberi portasemi” o “riserve”) si può avere una rinnovazione naturale, («Kahalschlagbetrieb besteht darin, daß die Bäume des zu verjüngenden Bestandes in einem einzigen Hieb oder in wenigen, rascher aufeinander folgenden Hieben eingeschlagen werden. Diese bestehen (nach unter Umständen notwendigen vorbereitenden Arbeiten) meist einer Saat oder einer Pflanzung. Nur auf kleinen Kahlflächen oder bei der Belassung von Überhältern ist unter Umständen eine natürliche Vejüngung von Baumarten mit leichten Samen möglich» (Dengler A. (Begr.), 1982 – Waldbau auf ökologischer Grundlage. Bd. 2 Baumartenwahl, Bestandesbegründung und Bestandpflege, 5. Aufl. -Verlag Paul Parey, Hamburg – Berlin)
  27. Con questi termini si intende un sistema selvicolturale (modo di gestione selvicolturale) che prevede l’abbattimento completo di tutte le piante di una parcella forestale. Il metodo si contrappone a quello dei tagli saltuari a gruppi «gestion en futaie jardinée», (Les expressions «coupe rase», «coupe à blanc» et «coupe à blanc-étoc» désignent, en sylviculture, un mode d’aménagement sylvicole passant par l’abattage de la totalité des arbres d’une parcelle d’une exploitation forestière. La méthode la plus opposée à la coupe rase est la «gestion en futaie jardinée).
  28. È la pratica di utilizzazione forestale che consiste nell’asportazione di gran parte o di tutti gli individui in una determinata area per creare  una particolare struttura e composizione del bosco, favorendo le specie che abbisognano di molta luce (eliofile) e che crescono in ampie formazioni coetanee, («Clearcutting», «Clearfelling», or «Clearcut-logging» is a forestry/logging practice in which most or all trees in an area are uniformly cut down …to create certain types of forest ecosystems and to promote select species that require an abundance of sunlight or grow in large, even-age stands).
  29. Rimane di norma escluso il taglio raso, ad eccezione: 1) delle fustaie di specie a rapido accrescimento; 2) dei boschi in particolari situazioni fitopatologiche, di rinnovazione e comunque per comprovate ragioni tecniche su insindacabile giudizio dell’ Ispettorato Ripartimentale delle Foreste competente per territorio. Nei suddetti casi, la martellata delle piante avviene a norma dell’art. 23 della Legge Forestale Regionale e la completa rinnovazione del bosco dovrà essere assicurata da parte del proprietario anche artificialmente.
  30. Il regolamento regionale del Piemonte, approvato con D.P.G.R. n.8/R del 20 settembre 2011, prevede che «il taglio (raso) a buche può essere praticato per una superficie minima pari al 30 per cento dell’intero popolamento da sottoporre ad utilizzazione. La dimensione massima della singola buca è pari a 3.000 metri quadrati».
  31. La soppressione e l’accorpamento del CFS nell’Arma dei Carabinieri dovrebbe avvenire entro il 2017, ma sono in corso polemiche circa la funzione, lo stato giuridico, le mansioni del personale ed utilizzazione dei mezzi e delle strutture con il nuovo assetto. Le proteste e le iniziative sindacali contro questa riforma sono numerose: indicativamente si segnala il sito lettera43 per alcune riflessioni in merito, mentre un breve esame del decreto legislativo di soppressione può essere reperito nel sito greenreport.it. Le polemiche sull’accorpamento del CFS all’Arma dei Carabinieri hanno assunto toni melodrammatici. Ogni richiamo ad una seria analisi sulla funzionalità dei servizi (statali, regionali e locali) preposti alla tutela dell’ambiente trova nel corporativismo, nella difesa di interessi particolari (anche criminali), spesso con la complicità una classe politica  priva di capacità e volontà riformatrice, un invalicabile ostacolo. La disinformazione, la retorica della difesa e conservazione dell’ambiente, il vagheggiamento di ruoli e competenze inesistenti (o quantomeno limitate), hanno d’altra parte contribuito a rendere ancor meno incisiva la lotta alla speculazione, alla criminalità, all’uso improprio delle risorse ambientali.
  32. «Kahlschlag ist die vollständige Räumung aller mehr als 8 cm dicken Bäume eines Waldbestandes auf einer zusammenhängenden Fläche von mindestens 0,5 ha, falls die verbleibende Vorverjüngung weniger als 30% der Schlagfläche bedeckt. Die Vorverjüngung wird dabei nach dem Eingriff beurteilt und schliesst nur zukunftsfähige Pflanzen ein».
  33. Kahlhiebe, die die Produktionskraft des Waldbodens dauernd vermindern, den Wasserhaushalt des Waldbodens erheblich oder dauernd beeinträchtigen, eine stärkere Abschwemmung oder Verwehung von Waldboden herbeiführen oder die Wirkung von Schutz- oder Bannwäldern gefährden. Ein Großkahlhieb liegt vor, wenn die entstehende Kahlfläche bei einer Breite bis zu 50 Meter über eine Länge von 600 Metern hinausgeht oder bei einer Breite über 50 Meter ein Ausmaß von 2 ha überschreitet.
  34. Bernetti Giovanni, Gestione dei boschi:razionale o sostenibile? – Georgofili.info, 18 febbraio 2015.
  35. (Shelter-wood uniform system, Shelter-wood system; méthode de régéneration par coupes successives ou progressive), è il «sistema selvicolturale», introdotto da Hartig (1791) che viene designato  anche come “trattamento a tagli schermati”35Dizionario dei Termini Forestali – Italiano-Tedesco 1993 (a cura di Marco Conedera & Fulvio Giudici  – Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio – FNP, Bellinzona) .
  36. Der Schirmschlag:  eine Art der Holzernte bezeichnet, bei der das Kronendach eines Bestandes durch Entnahme einzelner Bäume aufgelichtet wird. Nella letteratura tedesca per questo tipo di trattamento sono stati utilizzati termini diversi: Schlagweise Schirmbesamung (Hartig G. L.), Femelschlagbetrieb (utilizzato un tempo per denotare il trattamento a tagli successivi di Hartig, ma attualmente impiegato per denotare “il taglio saltuario a gruppi” (Femelschlag bavarese o del Baden), oppure “Trattamento a tagli saltuari buio” – Dunkelschlagbetrieb o Hartigscher Dunkelschlagbetrieb – (con una schermatura molto densa adatto alla rinnovazione di specie sciafile) . È interessante anche notare che Lorenz (Direttore della Scuola forestale di Nancy) nel 1827 ne raccomandava l’introduzione in Francia, dove era denominato méthode allemande e trovava applicazione nelle foreste di abete e picea della Jura e dei Vosgi.
  37. Nella terminologia anglosassone questa pratica di asportare progressivamente porzioni di soprassuolo maturo, lasciando delle piante porta-seme e una certa schermatura per proteggere i semenzali da gelate, eccessiva energia radiante (specie sciafile) o altri fattori, viene designata come «Systems of Successive Regeneration Fellings and Shelter-wood Systems». Con la designazione di «tagli successivi di rinnovazione» si designano quindi le aree dove, per un certo numero d’anni si prevede avvenga la rigenerazione del soprassuolo, eventualmente ricorrendo anche all’impianto artificiale o ad altri interventi colturali dilazionati nel tempo. Nella letteratura forestale francese questo sistema viene indicato come «Méthode de régéneration par coupes successives ou progressives» e nella letteratura tedesca «Schlagweiser Hochwald», termine che include anche il trattamento a «taglio raso» (Kahlschlag) e che ha talvolta ingenerato confusione tra i tecnici forestali.
  38. Con questo termine si indica una o più porzioni di bosco (suolo e soprassuolo) caratterizzate da una certa omogeneità in rapporto alla tipologia forestale (composizione, struttura, governo, modalità di trattamento, ecc.) e ai fattori pedo-climatici, ambientali ed operativi.
  39. Il termine “Saum” indica il “margine”, (la fascia di vegetazione che sta al limite del soprassuolo forestale con un altro tipo di copertura del suolo). Il taglio marginale interessa generalmente una striscia di larghezza compresa tra 30 e 50 m in modo da favorire la rinnovazione con una protezione laterale, che, ad intervalli di 5-10 anni, viene tagliata a raso, (Der Saumschlag bezeichnet in der Forstwirtschaft ein Ernteverfahren zur Verjüngung des Waldes. Dabei werden zunächst nur Teilflächen in Streifenform verjüngt, um bewusst Baumarten mit bestimmten ökologischen Ansprüchen zu fördern. Säume (Saum= Randbereich eines Waldes) mit Breiten von 30 bis 50 Meter werden in Abständen von fünf bis zehn Jahren hintereinander kahlgeschlagen.)
  40. (Trattamento a tagli successivi marginali,regime de la coupe en lisiéres fermées, Wagner’s Group System) Sistema di trattamento a tagli successivi a strisce, elaborato dal Dr. Wagner alla fine dell’ottocento e nei primi anni del ‘900 (Wagner E., 1912 – Der Blendersaumschlag und seiner Systeme. Verlag der H. Laupp’schen Buchhandlung, Tübingen).
  41. Per evitare ogni frantendimento si riporta il testo integrale della suddetta analisi del professor Ciancio, (2011 – Systemic silviculture: philosophical, epistemological and methodological aspects. L’Italia Forestale e Montana, 66 (3): 181-190. doi: 10.4129/ifm.2011.3.01): «La maggior parte dei selvicoltori ed ecologi forestali hanno un modus operandi dovuto all’apprendimento acquisito precocemente nelle Scuole forestali e basano il loro operare sul realismo dogmatico, senza rendersi conto che, come recita un mio aforisma, «L’ordine razionale del bosco, cui tende la selvicoltura classica, raffigura il massimo del disordine naturale». La sottolineatura è mia e vuol semplicemente evidenziare che un curioso «aforisma» personale non è una prova della validità di affermazioni o di analisi connotate come scientifiche, ma testimoniano unicamente una certa «egolatria» dell’autore.
  42. L’etimologia è incerta; il termine deriverebbe, secondo alcuni dal francese “femelle” = femminella, la pianta femmina della canapa, che viene raccolta man mano che gli esemplari femminili raggiungono la maturità. Anche in questa forma di trattamento, derivante da una combinazione di tagli successivi e tagli saltuari, si procede per fasi successive: prima asportando gli individui maturi e, in seguito, quelli che raggiungono le dimensioni richieste per la commercializzazione, allontanando gli individui malati o scadenti (taglio di curazione).
  43. Si ritiene che questo termine derivi dal termine latino “planta”, l’albero inteso come individuo e che questa forma di prelievo derivi dal tedesco “plündern” = prelevare qua e là, rubacchiare. In francese il termine «jardinage primitif», cioè il taglio saltuario senza regole precise, veniva indicato come «furetage» (dal latino: fur, furis = ladro), quindi “rubacchiare” qua e là gli alberi migliori.
  44. Le dimensioni per Horst (bouquet, boschetto) vanno all’incirca da 10-50a -diametro tra 30-60m-, mentre per i gruppi (Gruppen, groupes) il diametro è all’incirca 15-30m
  45. Gayer Karl (1886): Der gemischte Wald – seine Begründung und Pflege insbesondere durch Horst- und Gruppenwirtschaft. Paul Parey Verlag, Berlin.)
  46. In francese si adotta il termine «jardinage», facendo però una distinzione tra «jardinage primitif», empirico ed incontrollato e «jardinage scientifique» regolamentato e sottoposto a controlli. Per ulteriori chiarimenti terminologici su Plenter e Femel confronta: Maheut J., 1998 – À propos de la futaie jardinée : “Plentern” et “Femeln”, Une obscure clarté ? Revue For. Fr. 50, 5.
  47. Waldbauliches System, bei welchem jeder Bestand seine entwicklungsstufengerechte Pflege erhält und die Verjüngung unter Beachtung der räumlichen Ordnung kleinflächig eingeleitet und erweitert wird.
  48. «Régime de la coupe progressive», «Femel system», «Femelbetrieb» (geregelter Plenterbetrieb), è una forma di gestione delle fustaie basata su «tagli saltuari» e contemporaneamente su interventi selvicolturali tendenti a migliorare la crescita e le condizioni vegetative del popolamento
  49. Per una ricostruzione storica e una dettagliata descrizione applicativa di questo metodo confronta: Reuss E. Une légende forestière «le Tire et Aire», publié par Roger Blais.
  50. I moderni sistemi operativi computerizzati possono in una certa misura aiutare nel prevedere i rischi e i vantaggi. In campo forestale, soprattutto nei paesi con elevate produzioni legnose (Svezia, Canada, USA, ecc.), si ricorre a specifici sistemi di analisi della gestione e pianificazione forestale, come quello messo a punto dalla Facoltà di Scienze Forestali Svedese (Forest Faculty, Swedish University of Agricultural Sciences – SLU) per gestire risorse forestali multiple (Tomas Lämås and Ljusk Ola Eriksson, 2003 – Analysis and planning systems for multiresource, sustainable forestry: the Heureka research programme. Can. J. For. Res. 33: 500–508). Su questo tema confronta anche «modelli europei di pianificazione forestale».
  51. Simple Coppice System;Taillis simple; Niederwald, in cui al momento del taglio tutti i fusti vengono tagliati, quindi il bosco che si forma è coetaneo.
  52. Coppice Selection System, Taillis furetésGeplenterter Niederwald, dove sulla stessa ceppaia convivono polloni di età differente.
  53. Coppice with Standard System; Taillis sous futaie, Taillis composé; Mittelwald, con il rilascio al momento del taglio di un certo numero di piante nate da seme (rinnovazione derivante da riproduzione gamica) o da polloni meglio conformati.
  54. Con il termine «Agroforestry» si intende il complesso di pratiche e di sistemi d’uso del suolo basati sulla contemporanea presenza di colture agrarie o agro-zootecniche con piante arboree o arbustive complementari in modo da create una produzione integrata, diversificata e una forma d’uso del suolo maggiormente produttivo e stabile
  55. Il termine gemäß– oppure i sinonimi nach- o entsprechend- indicano “conformità”, “attinenza”, “corrispondenza” a qualcosa – in questo caso alla “natura” o al tipo di “bosco”. Se si tratta di pratica selvicolturale, questa deve essere in “conformità”, corrispondente alla tipologia e caratteristiche del bosco.
  56. Questa dizione indica la necessità che esista una affinità (-nah=vicinanza) tra la «natura» e il soggetto «uomo», l’esigenza di una coabitazione tra la natura – in questo caso il modo di trattare il bosco, la pratica selvicolturale – e il soggetto che fruisce del bosco. Questa concezione della selvicoltura, diffusa in Svizzera da Schädelin e da Leibundgut, secondo J.-Ph. Schütz «… doit être comprise comme une conception heuristique de-la gestion forestière plus que comme une technique sylvicole orientée sur les modes de coupes», «… c’est une forme libérale et pragmatique de gestion pro-naturelle de la sylve qui reconnait, pour réaliser ses objectifs de créer des peuplements mélanges et structures, aussi bien le système de renouvellement continu, propre a la futaie jardinée, que celui avec alternance marquée des générations et renouvellement collectif, propre a la coupe progressive en trouées décentralisées» (Schütz J.-Ph., 1999 – Bedeutung der Begriffe Natur bzw. Naturnähe. Schweiz. Z. Forstwes. 750, 12:478-483.
  57. Ökologischer Waldbau, Waldbau auf ökologischer Grundlage; Ecological Forestry, ecologically oriented Forestry; Foresterie écologique (tradotta per lo più con l’espressione «sylviculture proche de la nature» (in inglese «close-to-nature Silviculture»).
  58. La selvicoltura finanziaria si basa su un sistema colturale semplificato. Prevede la costituzione di boschi monospecifici, coetanei, ordinati in classi cronologiche. Il trattamento comprende le operazioni indispensabili. I diradamenti si effettuano solo nei casi in cui l’operazione è finanziariamente positiva. I turni sono correlati a criteri puramente finanziari. L’utilizzazione è a taglio raso e la rinnovazione è artificiale posticipata. Questo pensiero dominante per lungo tempo ha affievolito l’interesse per la «cultura del bosco», (Ciancio O., 2007 – L’evoluzione della selvicoltura tra economia ed ecologia. L’Italia forestale e Montana, 62 (4), p. 226).
  59. Questo termine (Umtriebzeit; Rotation; Période de rotation; Período de rotación) indica il periodo di tempo che intercorre tra due utilizzazioni definitive (cioè di maturità) del soprassuolo di una data particella boschiva.
  60. Per «turno finanziario» o «turno del massimo reddito lucrativo» (Umtriebszeit des höchsten Bodenreinertrages – finanzielle Umtriebszeit, rotation du rente du sol boise o révolution du rendement le plus lucratif, Rotation of the Highest Income – Rental) si intende l’età per la quale si verifica il massimo del reddito fondiario, e cioè del valore forestale del fondo nudo di un bosco già costituito da tempo, a redditi perpetui e costanti.
  61. Detto anche turno di “massima produzione legnosa” (Umtriebszeit des höchsten Massenertrages – Volumenleistung, révolution du meilleur rendement volumétrique, Biologically optimum rotation age) corrispondente grosso modo all’età alla quale l’incremento medio annuo è massimo e uguaglia l’incremento corrente annuo (la curva dell’incremento medio interseca la curva dell’incremento corrente). Il turno sarà tanto più lungo quanto più la stazione è sterile e la specie legnosa di lenta crescita. In questo caso interessa la massima produzione legnosa indipendentemente dal tipo di assortimenti prodotti.
  62. (Umtriebszeit des größten Waldreinertrages – der höchsten Rentabilität, Economically Optimum Rotation Age) L’età per la quale si verifica il massimo del valore capitale di un bosco assestato, il quale è generalmente maggiore del «turno finanziario»
  63. Turno tecnico (technische Umtriebszeit o Sortimentshieb, coupe de dimension o révolution technique, Technical Rotation) per la produzione di determinati assortimenti, come negli indirizzi attuali di produrre biomasse con brevi turni (Short-rotation Forestry)
  64. Su questo tema si possono consultare le note di Davide Pettenella, dove con rigore e intelligibilità si presenta un quadro sintetico dei problemi connessi alla “Pianificazione dell’azienda forestale”.
  65. Patrone Generoso, 1958 – Tasso del frutto delle fustaie a lento accrescimento. Pubblicazioni dell’Accademia di Scienze Forestali, Tipografia Bruno Coppini & Co., Firenze.
  66. Patrone G., Considerazioni sul turno finanziario. L’Italia Forestale e Montana
  67. A questo proposito Patrone, esaminando il problema economico alla base della turnazione dei tagli, osservava che «… Il turno fisiocratico, o più precisamente i turni lunghi, se soddisfano il tecnico non appagano certo  il selvicoltore che non può considerare la foresta fine a se stessa, quale massima espressione della sua arte: il selvicoltore, quello che agisce, che opera, che affronta i rischi della produzione, che risparmia, che ha fede nella fecondità della terra, che sa aspettare i frutti lontani, rifugge dagli schemi dottrinari, dalle teorie poco o punto convalidate dall’esperienza, care al funzionario che non conosce rischio, risparmio, attesa, e finisce per preferire il turno sancito dalle intoccabili prescrizioni di massima, che lo mette al riparo di responsabilità».
  68. Gayer Karl (1886): Der gemischte Wald – seine Begründung und Pflege insbesondere durch Horst- und Gruppenwirtschaft. Paul Parey Verlag, Berlin.
  69. Gayer K., 1880 – Der Waldbau. Wiegand & Hempel & Parey, Berlin. Questo autore è stato un fervente sostenitore della «selvicoltura» fondata sull’ecologia e il suo trattato di selvicoltura (Waldbau) ha già una evidente impostazione ecologica nel trattare le dinamiche produttive del bosco e i requisiti ambientali e colturali  delle singole specie forestali.
  70. Questa espressione è stata tradotta come: Naturnah-Waldbau; Close to Nature Silviculture; Silviculture proche de la nature o Semi-naturelle; Silvicultura próxima a la naturaleza o S. respetuosa do medio ambiente.
  71. Questa espressione è stato tradotta come: Naturgemäße-Waldbau; Sylviculture par nature; Naturally Silviculture; Silvicultura por su naturaleza.
  72. «Of particular interest is how some of the simplicity in American silviculture practices resulted from English translation of silviculture practices previously written in German». Brian Roy Lockhart, 2010 – Book Review ofA Critique of Silviculture: Managing for Complexity”, By Klaus J. Puettmann, K. David Coates, and Christian Messier. 2009,  Island Press, Washington, D.C., 188 p., Forest Science 56(2).
  73. Hubert Röder, Reinhard Pausch, Hans-Dietrich Quednau, 1999 – Begriffliche Analyse von Waldbewirtschaftungkriterien. Deutscher Verband Forstlicher Forschungsanstalten, Sektion Biometrie und Informatik: 9. Tagung Tharandt / Oybin, 9.-12. September 1996.
  74. In questa sede, può essere interessante ripercorrere l’evoluzione del concetto di «selvicoltura naturalistica» e dei problemi attuali attraverso gli scritti di:
    Piussi P., 2009 – Selvicoltura naturalistica: le vicende delle origini. Atti 45° Corso di Cultura in Ecologia, a cura di Carraro V. & Anfodillo T., San Vito di Cadore;
    Bernetti G., 1977 – La selvicoltura naturalistica nella storia del pensiero forestale. Annali Accademia Italiana di Scienze Forestali, Firenze, vol. 26: 237-257.
    Wolynski A., Evoluzione storica della selvicoltura naturalistica. Sherwood, 40: 5‐11, 1998.
    Wolynski A., Selvicoltura naturalistica e sistemica: quali analogie e quali differenze. Sherwood, n. 149, dic. 2008-gen. 209, 14-16.
    Paci M., Problemi attuali della selvicoltura naturalistica. Forest@ 1 (2): 59-69.
  75. (Ciancio O., 2003 – Il valore del paesaggio nella gestione forestale. L’Italia Forestale e Montana, 58, 3, 149-159.)
  76. In Svizzera per l’importante ruolo dell’economia forestale questo tema è molto discusso e l’interrogativo «Economia versus ecologia» è diventato uno dei principali temi di dibattito politico.
  77. Gian Battista Sangalli, «Rimaniamo con i piedi per terra», Sherwood n. 150, febbraio 2009, p. 31.
  78. Può rivestire un certo interesse apprendere quali siano le multiformi, impegnative attività del CFS, di cui paventiamo un’eventuale soppressione, che priverebbe il patrimonio forestale di un valido, consolidato presidio delle risorse forestali del Paese. Il decreto legislativo di soppressione del CFS è stato siglato il 26/08/2016, da allora le proteste si sono moltiplicate, evidenziando nel complesso un’impostazione di tipo corporativo carente di proposte realistiche miranti ad una definizione dei ruoli e compiti di questa istituzione, che in passato ha svolto importanti funzioni di salvaguardia del patrimonio forestale, di difesa idrogeologica e di protezione e sviluppo dell’economia montana. Va anche detto che il Decreto legislativo di soppressione è un emblematico esempio della conclamata incapacità del legislatore di dettare norme e regolamenti chiari, sintetici, praticabili. Difetto che deriva in gran parte anche da una classe politica poco “acculturata”, maggiormente attenta agli interessi elettorali che a riformare un sistema amministrativo ormai “catatonico”.